Budapest, luglio 2007.

Ho dei ricordi, relativi alla mia permanenza in quella settimana a luglio nella mia Budapest, di cui sono ancor oggi capace di avvolgermi, come calda coperta di lana, per proteggermi dal freddo di questa noia.Ed in questa serata, particolarmente fredda, di una buona coperta, magari accoppiata da un caldo tea in foglie …

Tutt’altra musica quella sera. Camminavo come quando solo tra le strade della Perla del Danubio mi ritrovo capace di fare, camminavo correndo, un passo marziale, un volo d’aquila, ad imitare il volo imperioso dell’inquietante eppur fratello mitico uccello emblema della dinastia Arpad Ragazze bellissime, talvolta ammiccanti, ero in Vaci utca, notoriamente strada ove ogni ammiccamento può essere potenzialmente fatale. Il lettore mp3 sparava musica altissima, a cadenzare il mio ballo. Era un remix dei Sonar System (Plays a life), ovviamente musica trance a coadiuvare il volo dove per non volare sarebbe occorsa zavorra sovrumanamente pesante.

Illuminato dalle luci ed imperlato dal rosso arancio del sole ormai sulle creste delle colline di Buda, la Casa di Appartamenti di Révesz e Kollar, con le sue linee uniche, con le scanalature profonde della facciata che andavano a raccogliere riempiendosi, come canali artificiali, di quella doppia sorgente di luce. E la doppia luce, impazzita per il rapporto carnale con quelle misteriose linee di marmo, eccitata da quei percorsi sinuosi, schizzava verso l’altissimo tetto dell’edificio …

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I Leoni, immaginati dai due architetti comereggi-lampade, parevano fossero davvero in procinto di di prorompere in un ruggito che avrebbe saputo farsi urlo spettrale, arcano e proveniente dalle viscere della terra ove quelle linee infinite della facciata dell’edificio sicuramente sapevano congiungersi. Cima dell’iceberg, potevamo solamente intra-vedere la parte infinitesimale e minoritaria di quel totem simbolista, di quella sorta di nuovo menhir, proiezione fin-de-siecle delle costruzioni ebbre ed ispirate di Stonehenge.

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Mi ritrovai, come naturale, in Vörösmarty ter, le ombre della sera oramai assolutamente in predominio su un impercettibile riflesso solare rifratto sulle ali di una libellula. Spettacolo infernale, nel momento in cui il lettore scelse di riprodurre un brano molto più allucinato di DJ Synchro, Mugamuchu. Ero convinto che la rondomizzazione della scelta dei brani da parte del software del lettore mp3, fosse in realtà una coazione esercitata dall’esplosione di forze catalizzate dalle forme impossibili di Revesz e Kollar. Ed infatti, come in una scena faustiana, le immagini si accordarono quasi istantaneamente a quella musica demoniaca. Un gruppo di cinque ragazzi era al lato della piazza, non lontano dall’ingresso della metropolitana gialla, la più antica dell’Europa continentale, direzione Mexikoi utca. E quei giovani adepti stavano allegramente giocando facendo roteare e lanciando a notevole altezza delle torce infuocate. Una serata fresca, eppure quelle creature erano a torso completamente nudo. Efebici, non potevo nemmeno distinguere il loro sesso. Uno di loro, un ragazzo dai capelli lunghissimi eppur completamente glabro, si avvicinò, un ghigno irreale, e la sua torcia, che non mi accorsi esser stata lanciata già qualche secondo prima, gli tornò per miracolo sulla mano sinistra, sfiorando con il suo getto rosso rovente il mio volto. Non ero affatto impaurito, e non indietreggiai nemmeno di un millimetro.

Era come se da tutti quei simboli di cui i palazzi intorno a me erano affollati un unico grido si spandesse per le strade di Pest come  ondata furiosa del fiume in piena. Ma non era acqua del Danubio quella impalpabile forza misteriosa, né soffio minaccioso: ma era l’urlo dell’uomo rivoltato, urlo di guerra e di rinuncia alla rinuncia. Una forza accecante, d’improvviso alzai lo sguardo e li potevo vedere !

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I giganti di pietra stavano muovendo, come cavalieri alla conquista di Troia, con i loro volti terrificanti ed i muscoli in tensione. Evocati dal fuoco e dalla mia stessa musica, le forze si erano liberate dal giogo di eterni Atlanti, abdicando alla schiavitù delle leggere forme di pesante marmo supra le loro schiene. Sapevo, sapevo in quel momento che la città costellata di quelle figure e di quelle facce di pietra si sarebbe dovuta risvegliare, ed urlare al mondo sofferenze represse di secoli di sottomissioni e di indifferenze.

LA forza dello stile, come già scriveva Morris, e quello stile magiaro di una Secessione che ha saputo nascondere bene i suoi testi, in attesa di qualcuno che, finalmente cominciasse a leggerli, ma ad alta voce. Come l’ineffabile Tetragrammaton, quel testo oralmente infine vive, ed è una vitalità guerriera, urlante come Erinni di von Stuck, e violentemente pericolosa per i suoi nemici e dettrattori armati di indifferenza e noia …

 

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