Archive for November, 2008

 DSCF9736  Si avvicina, impietoso, il Natale. Ricordo, oramai sono due anni, in questo stesso periodo leggevo il bel trattato sull’amore redatto da Joseph Ratzinger, allora non da molto asceso al soglio pontificio. E particolarmente ricordo con particolare riconoscenza nei confronti dell’autore, la magistrale distinzione che egli donava, tra l’amore cristiano (pistis) e l’amore greco (pathos). Un amore ideale e ricambiato, quello nei confronti di Dio; un amore sensuale, che può degenerare nel carnale e nell’obnubilamento della ragione, quello greco. Ecco la condanna del piacere e del godimento estetico: condannati ad amare con un pathos lancinante e senza limiti, unendliche nella durata, nella profondità, nella sofferenza. A chi è simile l’esteta? Non all’artista, poiché di quello manca il talento (genio senza talento, Carmelo Bene fu, in questo senso molto più esteta che artista: e come chiunque sia condannato alla vita estetica, egli viveva costantemente nel flusso dell’orale, non già nel compiacimento di una sua opera conchiusa). Egli è altro.

DSCF9299 L’esperienza estetica è esperienza creatrice e non contemplativa, come, ad esempio, quella teoretica. Parafrasando Aristotele, siamo una fottuta razza poietica, disadattati al concreto mondo della praxis ed, ugualmente, alle estatiche vette contemplative pure. Se Dio, nella tradizione della Mishna, è un orecchio che ascolta, noi siamo orecchie che ascoltano e che, al contempo, parlano, Siamo occhi che creano, bocche che odono. Siamo commistione mostruosa di sensi, quasi come un enigmatico incubo di Odillon Redon. La nostra attitudine nei confronti dell’opera non è mai, MAI, passiva, meramente ricettiva. Come macchine attoriali, (ri)creiamo l’opera, la incitiamo e la muoviamo con le forze devastanti (per noi) delle nostre visioni (o audizioni, o …). Non riusciamo mai a guardare, semplicemente: il nostro occhio è un organo ermeneutico che continuamente interpreta ed assimila ogni accadimento. Non registriamo in qualcosa di visto le nostre esperienze (visto, come scritto, il morto orale, visto dunque il morto visivo, l’immagine che diviene dato, che si fissa nella storia). Non abbiamo ricordi, o meglio, nei nostri ricordi non sono registrate immagini. Ma, al contrario, siamo una fucina di visioni. Esse ci tormentano, come incubi kubinesque, ci assillano e ci circondano, ci assediano ci sussurrano in ogni nostro passo, che duqne diviene incerto e prodromo di ulteriori continue visioni. Ho visto un coltello, e forse sarebbe meglio dire pugnale, ed esso è divenuto: oggi una linea frustata di Van de Velde, due giorni fa uno stelo di fiore di Crane, domani, forse, un ornamento impossibile dal profumo (in)confondibilmente belga. Adoriamo le esperienze che sono al massimo grado gravide di visioni. .E ciò che ci apporta queste esperienze, lo chiamiamo bello. Il bello ci ingravida, noi le puttane del pathos. Amiamo e patiamo, così come vediamo e creiamo, continuamente, contemporaneamente.

burne-jones_pygmalion PygmalionFranzStuck 

A cosa dunque siamo simili: come Pigmalione, ecco, a lui simili infine, che si risolve a pregare la Cipride Dea al che ella finalmente vivifichi l’unica sua tormentosa passione. La propria Opera. Le opere dell’esteta sono le sue visioni, le conturbazioni viventi che nella sua mente si formano ad ogni impatto col bello. Visioni di cui l’opera dell’artista è quintessenziale seme di Urano. Recettivi come Gea, femmine e puttane. Ne vogliamo ancora, sempre di più, ancor meglio, semplicemente sempre. Siamo come Pigmalione, amanti della nostra opera, che è l’altrui viva.

DSCF9421 E’ Natale e sono triste, malinconico, come l’anno scorso, due anni fa, eccetera. Il Cristo è pronto ad accoglierci nell’immensità della sua Pistis. Ma i o non andò a questo inevitabile appuntamento, non ho nemmeno pensato ad acquistare il biglietto. Il Cristo presto toccherà il suolo mortale e, come sempre, rimarrò con la mia rosa attendendo la Dea per donarle il mio bacio diabolico e creativo, sive appassionato. DSCF9410Consapevole che le mie labbra, come quelle di tutti i miei fratelli, sono calde e lussuriose, consapevole che esse ancora rimarranno chiuse, che anche stavolta ella non verrà. .Non è il suo giorno e, forse, non lo sarà mai.

During the third November weekend there was in Budapest the most important art fair of the Hungarian capital city, Art Fair Budapest.

All the main Hungarian galleries of the capital were present, of course and also foreigner galleries exhibited and, asfar as the Hungarian Szecesszio is concerned, several noticeable pieces were present.

The most impressive piece of art nouveau was, probably, a complete dinner room designed by Toroczkai Wigand Ede. The style of this furniture is typical of the Hungarian ancient folk art and it is the result of the researches performed by various artists (Wigand himself, but also Karoly Kos, Bela Lajta and Kozma Lajos) questing for a national way to Art Nouveau. Toroczkai Wigand worked as architect in to Marosvásárhely, the Romanian equivalent of which nowadays is Târgu Mureş, where designed several buildings. He worked as applied art designer and its works are influenced by the typical patterns, styles and ornaments of the Hungarian national folk art.

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Grecia, testa risalente al periodo di Pericle – vs -  Franz Von Stuck, Testa di Medusa

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Un dipinto nella sezione dedicata all’arte olandese, nel periodo tra il XVI e il XVII secolo:

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Il gesto delle mani, sul seno e sul capo della figura maschile genuflessa,  l’espressione del viso, sono elementi che ricordano morbidi gesti rituali legati a certa iconografia mariana. Una Madonna con bambino di Artemisia Gentileschi, la spettacolare Tempesta di Giorgione (attenzione ai gesti della madonna con bambino):

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Eppure la scena nel suo complesso pare anticipare  iconografie tipiche dell’arte fin-de-siècle, quando il femminile viene rappresentato anche, come è noto, nei suoi aspetti più erotici e demoniaci. In particolare, il volto dimesso e quasi melanconico della figura femminile, ricorda un dipinto di Giovanni Segantini, peraltro ubicato nello stesso Museo delle Belle Arti Magiaro:

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MA è soprattutto nella genuflessione del personaggio maschile innanzi alla donna, che richiama alla memoria una delle icone dell’iconografia della Femme Fatale e dell’Eterno Femminino. Eterno Femminino, appunto, L’eternel idole di Auguste Rodin …

N ella inquietante estetica di Platone, il concetto di opera d’arte e’ correlato a quello di conoscenza. Come e’ noto, l’arte per Platone è svalutata in quanto copia di copia. Essa imita la Natura che, a sua volta, e’ essa stessa imitazione del mondo metempirico delle idee. In quanto copia di copia, dunque, l’arte porta solamente una conoscenza di terzo grado, assolutamente inadeguata nella finalità di far progredire la conoscenza.

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Da questo punto i vista, dunque, l’arte e’ vista come attività gnoseologica, che ambisce ad ottenere una qualche conoscenza nei confronti dell’oggetto rappresentato. Ed e’ questo rapporto tra arte e conoscenza che rende l’impianto estetico platonico vagamente inquinante. Ancilla della ricerca finalizzata alla verità, l’arte sicuramente e’ condannata ad un ruolo rappresentativo, naturalistico, che, per le peculiarità della propria capacità segnica, viene ristretta in un tristo destino di conoscenza minore, imperfetta, innecessaria. Minore in quanto imperfetta, se comparata alla conoscenza ottenibile con l’applicazione di sistemi semiotici più rigorosi o comunque formalmente definiti (si pensi non solamente alla logica, ma anche a scienze tipicamente tassonomiche come la chimica o la biologia).

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Come si riesce a catturare il respiro ? In quale maniera, se mai essa davvero esista, è possibile rappresentare, nel disegno, nel dipinto, nella decorazione l’atto dinamico della danza ? Come, ancora, è raffigurabile il gesto, ovvero il movimento che tende, il movimento che simbolicamente tende verso un obiettivo ? Come si raccoglie con la penna, la matita, il pennello, lo scalpello, non importa, come si raccoglie l’Ineffabile ?DSCF9072 DSCF9166

La ricerca di Van de Velde è una continua approssimazione della propria tecnica artistica nei confronti dell’Inesprimibile. Naturalmente rimangono fuori gioco tutte le tecniche e le sperimentazioni poste in atto dagli Impressionisti, lasciando stare ogni riferimento ad ogni platonico naturalismo. L’ineffabile è il movimento, ciò che sempre diviene (Herakleitos) che non si lascia racchiudere in un guscio ontologico. E’ il parmenicida per eccellenza (parafrasando la mia Maestra, nonostante Platone). Un’Arte che finalmente si liberi da un ruolo, davvero insoddisfacente, di ancillae della Natura. L’Arte diviene Logos poichè dell’Ineffabile Nascosto ed Occulto si fa non imitazione, copia, quanto omologa (omologhein), che si approssima ad esso in quanto egualmente carica di Oscura Imprendibile, Ineffabile movimento. La Linea è il sinuoso cammino verso le Tenebre, che solo i SenzaPaura oseranno, infine, intraprendere.

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Moholy-Nagy exhibition in Budapest, 2008

Come al solito, nessun effetto speciale dietro questa foto, scattata un paio di giorni fa vicino alla Erwin Szabo Library.

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Le sovrapposizioni qui sono molteplici. Dapprima, sovrapposizioni cromatiche. Il buio serale è sfondo ideale per la linea tangente verde fluorescente che taglia, fendendola, l’immagine di tre/quarti. In realtà, questa retta è la parte visibile di una stazione di servizio (benzina …) ubicata proprio dirimpetto al palazzo che ospita le sale della biblitoeca. Lo scuro si amalgama bene, e dunque solamente il neon fluorescente che corre lungo la tettoia della piazzola risulta illuminata.

A sovrapporsi, i colori ben più miti e caldi delle lucidietro le finestre. L’ambientazione itnerna, con dominanti sul giallo ocra, regalano una colorazione leggermente anticata che, dunque, ancor più contrasta con la sensazione decisamente  moderno-contemporanea data del neon fluorescente.

Oltre al colore, la forma. Rigidamente diritta quella del fendente, quando dalle finestre si intravedono ottocentesche neoclassiche forme curvilinee. Quasi che il poltergeist che ha disposto la foto nell’attimo della sua cattura fosse straordinariamente bene informato di quanto il contemporaneo abbia smarrito della morbidezza di quell’arte passata. Sarà ardua smentire l’ectoplasma, ma ci proveremo …

Durante il mio soggiorno a San Francisco,  la libreria, con annessa cefeteria ubicata in Union Square era una delle mete fisse, specialmente dopo un sabato od una domenica passata a godere delle bellezze di questa città. Mi manca San Francisco, fuori di dubbio, ma non è questo il punto ove volevo portarvi. Alla libreria Borders di Union Square sono rimasto colpito dalla copertina di un numero della rivista che porta lo stesso nome della città ove è edita, San Francisco, appunto.

DSCF8907  Alphonse Mucha (1860-1939) Art Nouveau-fd0004  Alphonse Mucha (1860-1939) Art Nouveau-fd0002   DSCF8318

Agli occhi estetici di molti di voi l’immagine riportata non può che rievocare modelli e linee tipici dell’arte fin de siecle. Sorprendentemente, l’articolo fa riferimento al fatto che questi abiti lunghi dalle linee sinuose e curve, dai colori bilanciati tra brillante e pastellato, saranno la moda della primavera prossima ventura. Vedremo. Sicuramente il modello a cui si ispirano non può che essere tipicamente, sfacciatamente Art Nouveau. Amanti della Linea, guardate, ammirate, godete.  Non è solamente questione di mera linea, non solamente gli abiti semplicemente "si assomigliano". Questa moda è disegnata al fine di lasciare allo spettatore una fortissima impressione di dinamismo. Linee vibranti, danzanti, che si fondono assieme a quelle del corpo, e dei capelli, come nei dipinti di Toorop. . Ecco l’altra fondamentale caratteristica della Linea della Scecessione: oltre ad essere curvilinea, essa è dinamica, vorticosa, come insaziabilmente  i turbini del pathos che alberga come ribollente magma nelle viscere del Femminile.

Tremi la statica legge del maschile: le Streghe son tornate …

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