N ella inquietante estetica di Platone, il concetto di opera d’arte e’ correlato a quello di conoscenza. Come e’ noto, l’arte per Platone è svalutata in quanto copia di copia. Essa imita la Natura che, a sua volta, e’ essa stessa imitazione del mondo metempirico delle idee. In quanto copia di copia, dunque, l’arte porta solamente una conoscenza di terzo grado, assolutamente inadeguata nella finalità di far progredire la conoscenza.

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Da questo punto i vista, dunque, l’arte e’ vista come attività gnoseologica, che ambisce ad ottenere una qualche conoscenza nei confronti dell’oggetto rappresentato. Ed e’ questo rapporto tra arte e conoscenza che rende l’impianto estetico platonico vagamente inquinante. Ancilla della ricerca finalizzata alla verità, l’arte sicuramente e’ condannata ad un ruolo rappresentativo, naturalistico, che, per le peculiarità della propria capacità segnica, viene ristretta in un tristo destino di conoscenza minore, imperfetta, innecessaria. Minore in quanto imperfetta, se comparata alla conoscenza ottenibile con l’applicazione di sistemi semiotici più rigorosi o comunque formalmente definiti (si pensi non solamente alla logica, ma anche a scienze tipicamente tassonomiche come la chimica o la biologia).

In quest’ottica, dunque, l’arte soffre di un complesso di forte inferiorità rispetto ad sistemi conoscitivi rigorosi, e, dunque, nel sistema platonico essa è stritolata senza via di scampo. Un principio di soffocamento cui si contrappone l’estetica. Pronta a muovere guerra contro ogni platonismo, l’estetica propone un rapporto alternativo tra l’artista, l’opera d’arte e la fruizione, il godimento, da parte dell’esteta. Un rapporto che trova nel concetto di svincolo il proprio punto focale. Svincolato è l’artista, il quale non deve rendere conto della propria opera. La sintassi, i segni che esso usa non sono, come nel caso delle scienze, definiti in maniera rigorosa. La scienza procede in virtù di formule ben formate, di una sintassi che non lascia adito ad ambiguità, di segni linguistici che sono rigorosamente ed univocamente definite. L’artista non deve soggiacere alla dittatura del ben formato, poiché là espressione artistica è, per così dire, al di là del bene e del male, né ben né mal formata. Una forma, per così dire, in-etica, se, in questo caso, per sommo bene dell’etica scientifica si suppone il perseguimento di un procedimento rigoroso.

Potere e non dovere, questo il fondamento dell’attività svincolata dell’artista. E, di conseguenza, l’opera d’arte non riflette, essa stessa. Per dirla con Rorty, essa non è specchio della natura, quanto prodotto del momento, del transeunte e, dunque, del possibile. Lo spettatore-critico è coinvolto nella percezione di quel momento, proprio nell’atto dell’osservazione. Il critico, l’esteta, per così dire, ha partecipazione, vita activa nella vita dell’opera, critico come artista come già voleva Oscar Wilde. Egli, proprio come l’artista, non cerca nell’atto della propria esperienza di percezione dell’opera il significato sotteso all’ipotetico messaggio artistico veicolato dall’opera. Come l’espressione è fondamento della creazione dell’opera da parte dell’artista, così l’interpretazione è l’attività che muove da quella di percezione sensoriale da parte dell’esteta, in questo confermando lo stretto rapporto sussistente tra estetica ed ermeneutica (sul quale sarà mia cura approfondire in futuri articoli). L’opera risulterà tanto più coinvolgente per l’esteta quanto più sarà in grado di sfuggire ad ogni semplice interpretazione per ammantarsi del velo oscuro dell’ambiguo, dell’ineffabile Atalanta fuggente. Si avrà, dunque, in questo caso, un opera che apre, conseguendo una complessa (com-plicare, porre insieme) attività ermeneutica da parte dell’estetica. Un’opera, dunque che, sebbene nata nell’attimo, vive di molteplici forme interpretativa, respira nello sforzo e nel piacere di tale sforzo estetico. E, dunque, l’opera finalmente non si risolverà a vivere dell’atto creativo posizionale (performato dall’artista, che, terminata la creazione, ha collocato l’opera sì che essa potesse essere percepita) ma anche di atto, altrettanto creativo, quanto interpretativo. L’opera si apre nell’ambiguità quando, ancora, il procedere scientifico si conclude nella formalizzazione del teorema, chiudendosi.

Il processo scientifico è analogo agli anelli di cui è composta la catena: essi sono elementi atomici, ovvero conchiusi in loro stessi (i teoremi) che si innestano e si incastrano gli uni con gli altri, divenendo gli uni premessa degli altri o, omologamente, premesse da confutare (atto di rigetto che, comunque, non ne muta sostanzialmente il ruolo di premessa: si sostituisca “premesso” con “premesso che non”). Il processo artistico ha una struttura più simile a quella di un imbuto: dall’attimo del momento creativo dell’artista, la fruizione ed il rapporto estetico con l’opera si apre, continuamente ampliandosi. Non il senso, ricerca l’esteta, non la formula ben formata ma la formula bella formata. Affascinato dal bello, l’esteta si strugge d’amore per i mille profumi che emanano dall’opera aperta: l’arte, una gran zoccola.

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