DSCF9736  Si avvicina, impietoso, il Natale. Ricordo, oramai sono due anni, in questo stesso periodo leggevo il bel trattato sull’amore redatto da Joseph Ratzinger, allora non da molto asceso al soglio pontificio. E particolarmente ricordo con particolare riconoscenza nei confronti dell’autore, la magistrale distinzione che egli donava, tra l’amore cristiano (pistis) e l’amore greco (pathos). Un amore ideale e ricambiato, quello nei confronti di Dio; un amore sensuale, che può degenerare nel carnale e nell’obnubilamento della ragione, quello greco. Ecco la condanna del piacere e del godimento estetico: condannati ad amare con un pathos lancinante e senza limiti, unendliche nella durata, nella profondità, nella sofferenza. A chi è simile l’esteta? Non all’artista, poiché di quello manca il talento (genio senza talento, Carmelo Bene fu, in questo senso molto più esteta che artista: e come chiunque sia condannato alla vita estetica, egli viveva costantemente nel flusso dell’orale, non già nel compiacimento di una sua opera conchiusa). Egli è altro.

DSCF9299 L’esperienza estetica è esperienza creatrice e non contemplativa, come, ad esempio, quella teoretica. Parafrasando Aristotele, siamo una fottuta razza poietica, disadattati al concreto mondo della praxis ed, ugualmente, alle estatiche vette contemplative pure. Se Dio, nella tradizione della Mishna, è un orecchio che ascolta, noi siamo orecchie che ascoltano e che, al contempo, parlano, Siamo occhi che creano, bocche che odono. Siamo commistione mostruosa di sensi, quasi come un enigmatico incubo di Odillon Redon. La nostra attitudine nei confronti dell’opera non è mai, MAI, passiva, meramente ricettiva. Come macchine attoriali, (ri)creiamo l’opera, la incitiamo e la muoviamo con le forze devastanti (per noi) delle nostre visioni (o audizioni, o …). Non riusciamo mai a guardare, semplicemente: il nostro occhio è un organo ermeneutico che continuamente interpreta ed assimila ogni accadimento. Non registriamo in qualcosa di visto le nostre esperienze (visto, come scritto, il morto orale, visto dunque il morto visivo, l’immagine che diviene dato, che si fissa nella storia). Non abbiamo ricordi, o meglio, nei nostri ricordi non sono registrate immagini. Ma, al contrario, siamo una fucina di visioni. Esse ci tormentano, come incubi kubinesque, ci assillano e ci circondano, ci assediano ci sussurrano in ogni nostro passo, che duqne diviene incerto e prodromo di ulteriori continue visioni. Ho visto un coltello, e forse sarebbe meglio dire pugnale, ed esso è divenuto: oggi una linea frustata di Van de Velde, due giorni fa uno stelo di fiore di Crane, domani, forse, un ornamento impossibile dal profumo (in)confondibilmente belga. Adoriamo le esperienze che sono al massimo grado gravide di visioni. .E ciò che ci apporta queste esperienze, lo chiamiamo bello. Il bello ci ingravida, noi le puttane del pathos. Amiamo e patiamo, così come vediamo e creiamo, continuamente, contemporaneamente.

burne-jones_pygmalion PygmalionFranzStuck 

A cosa dunque siamo simili: come Pigmalione, ecco, a lui simili infine, che si risolve a pregare la Cipride Dea al che ella finalmente vivifichi l’unica sua tormentosa passione. La propria Opera. Le opere dell’esteta sono le sue visioni, le conturbazioni viventi che nella sua mente si formano ad ogni impatto col bello. Visioni di cui l’opera dell’artista è quintessenziale seme di Urano. Recettivi come Gea, femmine e puttane. Ne vogliamo ancora, sempre di più, ancor meglio, semplicemente sempre. Siamo come Pigmalione, amanti della nostra opera, che è l’altrui viva.

DSCF9421 E’ Natale e sono triste, malinconico, come l’anno scorso, due anni fa, eccetera. Il Cristo è pronto ad accoglierci nell’immensità della sua Pistis. Ma i o non andò a questo inevitabile appuntamento, non ho nemmeno pensato ad acquistare il biglietto. Il Cristo presto toccherà il suolo mortale e, come sempre, rimarrò con la mia rosa attendendo la Dea per donarle il mio bacio diabolico e creativo, sive appassionato. DSCF9410Consapevole che le mie labbra, come quelle di tutti i miei fratelli, sono calde e lussuriose, consapevole che esse ancora rimarranno chiuse, che anche stavolta ella non verrà. .Non è il suo giorno e, forse, non lo sarà mai.

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