Archive for June, 2009

Some weeks ago I was able to find, in an antikvarium here in Pest side, a good translation in German language of the insight essays on Transylvanian pleasant art written by Karoly Kos. I owned that book in Hungarian but, now, being able to read the text in a much more friendly language, I am able to going further into the researches on the folk art of the SiebenBuergen (Erdely) countryside.

Biographic related information regarding the artist could be found here: http://en.wikipedia.org/wiki/Károly_Kós and here: http://hungarystartshere.com/Karoly-Kos-Kosch

In the small essay (1930), named "Erdely" after the Hungarian name of the Transylvanian region, Kos descried, providing several examples and drawings, the very characteristic of that region’s own architecture. The Kos point of view is quite interesting: in fact he was seeking for the very stylistic roots of the Hungarian folk art and he realized that the history of the region is so complex and with so many influences that it has a very impact on the definition of the style. The booklet itself is an in depth account on the history of the Transylvanian region, just because the historical background of the region couldn’t be separated by the aesthetic development of the Hungarian folk art style. Kos tried to summarize the main roots of that style. some stylistic elements originated from the traditional culture of Romanian people, partly influenced by ancient Dacian (former Roman Empire region) and later Byzantin elements:

Romanian stylized house with Byzantin and Gotic elements
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Gothic influences are also present, mainly due to the presence of a large community of German folks, called Szekely:

Gothic Church
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Gothic Castle – Church
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Typical Hungarian buildings, styled accordingly to the countryside traditions, are also present:

Hungarian pleasant house
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By the point of view of the Szecesszio this historical, artistic, stylistic essay of Karoly Kos had a tremendous influence. The style and the forms, the decorations as well as the architectonic elements of the Transylvanian region provided a vast source of inspirations to many Hungarian secessionist artist, from Lechner to Wigand, from Sandor Nagy to Ferenc Helbing, just to cite some of them. Moreover, this deep interest in the traditional Transylvanian folk art was due for another important reason. The relationship between the Szecesszio style and the quest for a national Hungarian style was very important (see Karoly Lyka article here: http://www.szecesszio.com/?p=53 ). For that reason, folk art elements were considered an effective way to shape the curves of the Art Nouveau with the Hungarian way. The researches of Karoly Kos were influencing, specially as far as the architecture was concerned. The booklet of Kos was considered a source of inspiration, in a similar way that the Heschel’s "Kunstformen der Natur" was considered a source of patterns and styles for the German Jugendstil. The Kos booklet was then filled by drawings due to Kos itself which captured the very essence of the Transilvanians lines. In Budapest there are several examples of buildings inspired by those forms:

Middle age house
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Szecesszio house in IIIth District inspired by Transilvanian architecture
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Building in German style, with an arched passage
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Group of buildings in Wekerle-Telep
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Wekerle-Telep
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Hungarian styled houses
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Decoration on a Lechner’s building
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Several other examples could be found. Anyway what really matters here, is the fact that the quest for a national style, and thus the researches related to the Transylvanian folk arts, didn’t discriminate in any case between the so called "Hungarian" elements from the Romanian or German ones. The Szecesszio artists mostly agreed with the Kos point of view: the national heritage is quite a complex one. The folk and national art was formed by several influences and, thus, the Transylvanian art, and then the Hungarian one, rather than a monolithic style, was conceived as a melting pot of people, traditions, patterns, decorations coming from all the folks of the Balkan area. The cosmopolitan attitude of the Art Nouveau developed in Hungary with a further openness: the multi-culture relations within a multiethnic region. Another good reason to claim the revival of the Art Nouveau art and culture, notwithstanding the stupid actual divisions between people who seems to forget they are sharing much more than a geographic contiguity.

8 banane
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atmosera kierkegaardiana

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dinamica futurista negata, invocazioni ultraterrene
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Nel 1861 uno strano saggio venne pubblicato. Opera dell’antropologo e sociologo svizzero Johann Jakob Bachofen, "Il diritto materno" presentò alla comunità scientifica ed universitaria internazionale, nuove tesi inerenti lo sviluppo delle società preistoriche. L’ipotesi di Bachofen è che antiche civiltà preistoriche del mediterraneo fossero accomunate dal culto diffuso della Dea Madre e da rituali connessi alle caratteristiche di fertilità e fecondità della Dea. Tali culti sarebbero poi confluiti nelle susseguenti emanazioni della Dea, di volta in volta sotto le sembianze di Ishtar in Assiria, di Iside egizia, di Lilith ebraica, di Demetra greca, …

Le implicazioni da un punto di vista politico e sociale, secondo Bachofen, di questa sua scoperta determinerebbero l’ipotesi di uno sviluppo di società fondamentalmente matriarcali nell’area mediterranea, antecedenti ad ogni società patriarcale.

Ishtar
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Interessanti, tuttavia, anche le conseguenze da un punto di vista cultuale e della rappresentazione del femminile. Simbolo della ciclicità della vita, elemento generativo e corruttivo al tempo stesso (una ciclicità rappresentata dai serpenti nell’iconografia di Ishtar, ad esempio) Origine e fine del mondo.

Gustave Courbet – l’Origine du monde
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Coincidentia oppositorum eraclitea, eterno ritorno Nietzschiano. Aspetto rassicurante, sensualità accennata ed, al contempo, elemento generativo e materno fortemente accentuato nell’icona simbolica originaria di Courbet

Alfred Kubin – Femme Fatale
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Fascino perverso, pericoloso, assassino nel femminile mai così fatale, che risucchia senza speranza (buco nero par excellance) in una morte vivente la vita. Alfred Kubin così riscoprì il femminile, oltre Bachofen, consegnandolo finalmente all’Arte Nuova …

Apud Oscar Wilde:

"L’arte trova la propria espressione all’interno, e non all’esterno di sè stessa. Essa non va giudicata secondo alcun criterio esterno di somiglianza. È un velo, piuttosto che uno specchio. Ha fiori sconosciuti a qualsiasi foresta, uccelli che nessun bosco possiede. Fa e disfa molti mondi, e può tirar via la luna dal cielo con un filo scarlatto. Sue sono le “Forme più reali dell’uomo vivo”, e i suoi grandi archetipi di cui le cose che hanno esistenza non sono che copie incompiute. Può operare miracoli a piacere, e quando evoca mostri dal profondo, questi vengono. Può far fiorire i mandorli d’inverno, e mandare la neve sul grano maturo. Alla sua parola il gelo posa il dito argenteo sulla bocca ardente di giugno, e i leoni alati escono striscianti dalle cavità dei colli lidii. Le driadi si affacciano dal boschetto al suo passaggio; e i bruni fauni le sorridono in modo strano quando viene loro vicina. Ha dèi dal volto di falco che la venerano, e i centauri le galoppano al fianco"

La mia Verona, un paio di settimane fa, non si manifestò.  Il passeggiare è una attività di evocazione simbolica. Taluni anfratti di questa foresta di simboli non impattarono in tal maniera da venir percepiti come evento così univocamente caratterizzato da divenir parte integrante del mio vissuto estetico. In altre parole, taluni significanti rimasero in tale stato, non evocarono nè divennero simboli essi stessi:

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Era solamente una quite irreale e momentanea. La foresta simbolica sarebbe ben presto stata travolta da un uragano ("devo aspettarmi un uragano?" come si scherzava con Lei), una sequenza di allucinate evocazioni come solamente l’Arte più Pericolosa può accedere nelle turbolenze dell’innerlichkeit. Un caldo infernale, afa (privazione del vento e della sua Sposa, evidentemente: senza vento nemmeno l’amore morente di Oskar per la sua Alma può esser più cantato), come se ogni singola particella d’aria fosse convogliata in un turbine lontano, assetato di energia. Una energia che sarebbe stata destinata a manifestarsi implacabile.

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Una coppia, era previsto, già da quelle nostre risate giù al mare. Si fantasticava di Verona, e della sua eredità asburgica. In fondo si fantasticava di Verona per sognare l’Eterna Vienna.  La presenza di Lei fu rievocata anche in modo assolutamente palese ed incontrovertibile:

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D’oro come fosse voluta da Klimt, che di Lei era pittore par excellance, la chioma rossa ed avvolgente, priva della rubina cromaticità eppur fiammeggiante nel suo movimento verso il basso, come un fregio di Otto Wagner, come una vignetta di Ver Sacrum,DSCF7444

In via MAzzini, in Piazza Bra, nei vicoli dimenticati dai turisti e, pare, pure dai locali, il volto marmorizzato di lei dai cui occhi ha avuto origine la pasisone folle, irredenta, spaventosa, lancinante dell’Arte Nuova.  Solamente coloro che sono privi di quella mia Profonda Meraviglia, chi non ha la mia stessa fortuna di poter evocare il profumo di quei capelli, soltanto chi non ha smarrito il senno per riscoprire il senso su quelle labbra e quel mento magiaro ancor potrà confondere la colata d’oro sul Corpo di fuoco con quello della scheletrica modella. Ogni angolo di Verona era confuso dal profumo dell’Arte Nuova, ogni ciotolato incarnato in una foresta di Simboli. Un incubo urlante del quale, l’esteta che ha posseduto l’arte in un amplesso che è suggello eterno, non ha motivo di temere. La disperazione è un colore fondamentale dell’Arte Nuova. Ed anche quella è cantata con veemenza da Arnold Boechlin l’unico tremore sulla schiena dell’esteta rimane scevra da qualunque timore.

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Una collina non è tale per se, ma solamente dopo che l’impatto estetico ne associa il significante perceptio con qualche nascosto significato profondo, elaborazione simbolica. L’anima estetica è come un pozzo, dal quale si attinge fuoco dal profondo del vissuto divenuto simbolo.  Vidi solo un isola, là in mezzo all’Adige, o forse era il mare del Nord, o forse qualche scoglio in mezzo al mare di fronte ad una cittadina hanseatica. L’isola di Boechlin. Il profumo di Lei ne tradiva la sua presenza, evidentemente. Purtroppo dall’altra parte di quell’isola:

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Era in attesa del suo Cavaliere, come sempre, nei miei sogni, nei miei incubi, nella mia vita di tutti i giorni. Attende quando mi corico, mi è come pendaglio tra gli occhi quando mi reveillo, la sua melanconica attesa la percepisco quando sbrigo attività che direste umane, quando compro il pane , quello caldo ed un po’ unto di cui era ghiotta, quando mi lascio cadere sulla parete del filobus qui, nella Seconda Vienna, guarda caso …

La barca si avvicina, sento il lieve ronzio di spruziz d’acqua, a riva, a riva …

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E’ strana l’isola di Boechlin, oltre umana ed oltre-onirica. Sbarco sul lato della vita, di una vita sospesa, così perfettamente mutilata. Corro, e poi cammino, sento il Suo profumo è là, in una vista accessoria ed altra. Il cavaliere, ammantato di bianco pare un Angelo, occhi spalancati alle visioni, chiuse alla Bellezza. Un amico, un fratello parlò in quegli occhi, e disse che la maggior parte degli esseri umani non hanno mai nemmen lontanamente esperito l’amplesso con l’arte, il piacere ed il dolore così forte perchè completamente ir-reali. Son
o un privilegiato dagli occhi aperti all’arte e chiusi al bello, aperti come il mare, chiusi come quel mantello. Non smetterò di navigare, l’acqua mi è congeniale per natura parafrasando rievocandolo il maestro di Bayreuth. Il mio mantello rimarrà bianco ed inaccessibile ai profani, custodendo  la Segreta Albedo di quei Suoi occhi. Un giorno le dissi che essi erano solamente la Porta dalla quale si poteva accedere alle stanze segrete del Sultano di Costantinopoli, la nostra Istanbul, l’Altro Impero. Mentivo, e d’altra parte della Menzogna c’è sempre necessità. Erano essi stessi il Segreto, erano essi stesse le stanze, erano essi stessi così aperti al furore dell’arte, e così rapidamente chiusi alla vita.

"Lorenzaccio è quel gesto che nel suo compiersi si disapprova. Disapprova l’agire. E la storia medicea, dispensata, non sa di fatto stipare questo suo (?) enigma eroico; ha subìto e glorificato di peggio, questa Storia. Ma le cose son due: o la Storia, e il suo culto imbecille, è una immaginaria redazione esemplare delle infinite possibilità estromesse dalla arbitraria arroganza dei ‘fatti’ accaduti (infinità degli eventi abortiti); o è, comunque, un inventario di fatti senza artefici, generati, cioè, dall’incoscienza dei rispettivi attori (perché si dia un’azione è necessario un vuoto della memoria) che nella esecuzione del progetto, sospesi al vuoto del loro sogno, così a lungo perseguito e sfinito, dementi, quel progetto stesso smarrirono, (de)realizzandolo in pieno." – Carmelo Bene

Questa gestualità ante-storica, ancor più che anti-storica, si riscontra appieno in un Lorenzaccio, ancora una volta ante-storico, ovvero prima che Carmelo Bene lo intuisse. Evidentemente le azioni lorenzacce non hanno bisogno di alcun teorico, di alcuna definizione teoretica, di alcuna definizione tout court per poter sussistere. Oserei dire, ovviamente, ça va sans dire …

Così apud Giorgio Vasari appare Lorenzo il Magnifico:

Vasari_Portrait_of_Lorenzo_the_Magnificent 

Pur dedito alla ricerca storica ed alla storia dell’arte, Giorgio Vasari qui perfettamente lascia la sua mano trascendere la datità storica, non curandosi del quotidiano e del politico,ritrae un Lorenzo non come un ieratico totem vagamente augusteo, bensì nell’atto gestuale. Azione irripetibile poichè svincolata da ogni contestualità temporale, la magnificenza di Lorenzo è nel suo gesto e non nel suo ruolo. E, a sottolineare la non mediatezza del gestuale, le maschere teatrali  poste giusto dietro l’attore Lorenzo. E’ un teatro irrispettoso del testo ed irriverente nei confronti del copione, è un teatro dell’oralità, dell’irripetibile libertà dell’azione gestuale e verbale. E’ la Macchina Attoriale.

Dire e non esser detto (dal copione).

La macchina attoriale, da ora l’attore, non rappresenta, non re-cita, si atteggia.

La macchina attoriale non fa il Faust,

Faust_and_Marguerite_in_the_Garden

è Faust.

faust01  faust06

Ed è una immensa fatica …

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