Apud Oscar Wilde:

"L’arte trova la propria espressione all’interno, e non all’esterno di sè stessa. Essa non va giudicata secondo alcun criterio esterno di somiglianza. È un velo, piuttosto che uno specchio. Ha fiori sconosciuti a qualsiasi foresta, uccelli che nessun bosco possiede. Fa e disfa molti mondi, e può tirar via la luna dal cielo con un filo scarlatto. Sue sono le “Forme più reali dell’uomo vivo”, e i suoi grandi archetipi di cui le cose che hanno esistenza non sono che copie incompiute. Può operare miracoli a piacere, e quando evoca mostri dal profondo, questi vengono. Può far fiorire i mandorli d’inverno, e mandare la neve sul grano maturo. Alla sua parola il gelo posa il dito argenteo sulla bocca ardente di giugno, e i leoni alati escono striscianti dalle cavità dei colli lidii. Le driadi si affacciano dal boschetto al suo passaggio; e i bruni fauni le sorridono in modo strano quando viene loro vicina. Ha dèi dal volto di falco che la venerano, e i centauri le galoppano al fianco"

La mia Verona, un paio di settimane fa, non si manifestò.  Il passeggiare è una attività di evocazione simbolica. Taluni anfratti di questa foresta di simboli non impattarono in tal maniera da venir percepiti come evento così univocamente caratterizzato da divenir parte integrante del mio vissuto estetico. In altre parole, taluni significanti rimasero in tale stato, non evocarono nè divennero simboli essi stessi:

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Era solamente una quite irreale e momentanea. La foresta simbolica sarebbe ben presto stata travolta da un uragano ("devo aspettarmi un uragano?" come si scherzava con Lei), una sequenza di allucinate evocazioni come solamente l’Arte più Pericolosa può accedere nelle turbolenze dell’innerlichkeit. Un caldo infernale, afa (privazione del vento e della sua Sposa, evidentemente: senza vento nemmeno l’amore morente di Oskar per la sua Alma può esser più cantato), come se ogni singola particella d’aria fosse convogliata in un turbine lontano, assetato di energia. Una energia che sarebbe stata destinata a manifestarsi implacabile.

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Una coppia, era previsto, già da quelle nostre risate giù al mare. Si fantasticava di Verona, e della sua eredità asburgica. In fondo si fantasticava di Verona per sognare l’Eterna Vienna.  La presenza di Lei fu rievocata anche in modo assolutamente palese ed incontrovertibile:

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D’oro come fosse voluta da Klimt, che di Lei era pittore par excellance, la chioma rossa ed avvolgente, priva della rubina cromaticità eppur fiammeggiante nel suo movimento verso il basso, come un fregio di Otto Wagner, come una vignetta di Ver Sacrum,DSCF7444

In via MAzzini, in Piazza Bra, nei vicoli dimenticati dai turisti e, pare, pure dai locali, il volto marmorizzato di lei dai cui occhi ha avuto origine la pasisone folle, irredenta, spaventosa, lancinante dell’Arte Nuova.  Solamente coloro che sono privi di quella mia Profonda Meraviglia, chi non ha la mia stessa fortuna di poter evocare il profumo di quei capelli, soltanto chi non ha smarrito il senno per riscoprire il senso su quelle labbra e quel mento magiaro ancor potrà confondere la colata d’oro sul Corpo di fuoco con quello della scheletrica modella. Ogni angolo di Verona era confuso dal profumo dell’Arte Nuova, ogni ciotolato incarnato in una foresta di Simboli. Un incubo urlante del quale, l’esteta che ha posseduto l’arte in un amplesso che è suggello eterno, non ha motivo di temere. La disperazione è un colore fondamentale dell’Arte Nuova. Ed anche quella è cantata con veemenza da Arnold Boechlin l’unico tremore sulla schiena dell’esteta rimane scevra da qualunque timore.

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Una collina non è tale per se, ma solamente dopo che l’impatto estetico ne associa il significante perceptio con qualche nascosto significato profondo, elaborazione simbolica. L’anima estetica è come un pozzo, dal quale si attinge fuoco dal profondo del vissuto divenuto simbolo.  Vidi solo un isola, là in mezzo all’Adige, o forse era il mare del Nord, o forse qualche scoglio in mezzo al mare di fronte ad una cittadina hanseatica. L’isola di Boechlin. Il profumo di Lei ne tradiva la sua presenza, evidentemente. Purtroppo dall’altra parte di quell’isola:

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Era in attesa del suo Cavaliere, come sempre, nei miei sogni, nei miei incubi, nella mia vita di tutti i giorni. Attende quando mi corico, mi è come pendaglio tra gli occhi quando mi reveillo, la sua melanconica attesa la percepisco quando sbrigo attività che direste umane, quando compro il pane , quello caldo ed un po’ unto di cui era ghiotta, quando mi lascio cadere sulla parete del filobus qui, nella Seconda Vienna, guarda caso …

La barca si avvicina, sento il lieve ronzio di spruziz d’acqua, a riva, a riva …

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E’ strana l’isola di Boechlin, oltre umana ed oltre-onirica. Sbarco sul lato della vita, di una vita sospesa, così perfettamente mutilata. Corro, e poi cammino, sento il Suo profumo è là, in una vista accessoria ed altra. Il cavaliere, ammantato di bianco pare un Angelo, occhi spalancati alle visioni, chiuse alla Bellezza. Un amico, un fratello parlò in quegli occhi, e disse che la maggior parte degli esseri umani non hanno mai nemmen lontanamente esperito l’amplesso con l’arte, il piacere ed il dolore così forte perchè completamente ir-reali. Son
o un privilegiato dagli occhi aperti all’arte e chiusi al bello, aperti come il mare, chiusi come quel mantello. Non smetterò di navigare, l’acqua mi è congeniale per natura parafrasando rievocandolo il maestro di Bayreuth. Il mio mantello rimarrà bianco ed inaccessibile ai profani, custodendo  la Segreta Albedo di quei Suoi occhi. Un giorno le dissi che essi erano solamente la Porta dalla quale si poteva accedere alle stanze segrete del Sultano di Costantinopoli, la nostra Istanbul, l’Altro Impero. Mentivo, e d’altra parte della Menzogna c’è sempre necessità. Erano essi stessi il Segreto, erano essi stesse le stanze, erano essi stessi così aperti al furore dell’arte, e così rapidamente chiusi alla vita.

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