Archive for August, 2009

What is here presented is really an outstanding Historic document. It is a reproduction of the famous Jugendstil devoted magazine Deutsche Kunst und Dekoration published in Darmstadt, reporting the Hungarian presence at the Turing World Exhibition in 1902. The text (in German language) reported the efforts due by the Hungarian artists to achieve a very National style and a characteristic Hungarian declination of Art Nouveau.

The reportage covers mainly the work and the researches of the Hungarian architect and interior designer Ede Wigand (who was also one of our favorite artist, as you can read on previous szecesszio.com articles)  and the outstanding applied art production:

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The colored and full of dynamic and curve lines of the Zsolnay pottery are, obviously, also present. Some of the pieces presented during the exhibition in the Hungarian pavilion were produced by the Pecs pottery factory, with slightly modifications, in the following years till the present time:

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Since the mythical foundation of the city of Prague (here in this blog, we will refer to the city using the original Czech name of  Praha) bye the wise Princess Libuše, the Czech art, and art nouveau in particular, seems strongly fascinated by the woman beauty. Devoted to eternal feminine mysteries, the Czech art nouveau (or, in Czech language, Secese) artists were able to capture the essence of the New Woman, the gate into the deeper forces of the nature. And these deeper forces were depicted in the form of the Lines, the curves and the whip movement of the Secese lines; and the female beauty, at the same time dangerous and fascinating, ethereal and demoniac, without any Christian or maternal implications, was captured and then painted, sculptured, drawn, modeled.

Secese is one of the most feminine of the international Art Nouveau movement declinations. This blog will be entirely dedicated to this feminine new style developed in Czech Lands, in praise of Woman and in memory of our beloved Princess Libuše …

Nato a Granada nel 1851, Ricardo Falero fu quel che si dice un bimbo prodigio. Anche grazie all’ingente patrimonio del padre, egli studiò fin da giovanissimo la lingua inglese, e coltivò la passione per la pittura, attività per cui mostrò presto un indiscutibile talento. Ancor bambino, riuscì a frequentare lezioni presso l’università di Richmond in Inghilterra e, quando aveva solamente 9 anni, proseguì la sua formazione a Parigi.

Ancor indeciso tra quale carriera intraprendere, a sedici anni cominciò ad occuparsi di ingegneria, di chimica e, finalmente, di pittura. E quest’ultimo fu indubbiamente l’attività per la quale il giovane Luis mostrò maggior interesse e talento. I suoi giovanili interessi per la chimica confluirono nella sua estetica sotto forma di citazioni e simbolismi mutuati dal mondo dell’alchimia. Analogamente, Luis Falero si interessò all’astrologia ed alla magia, utilizzando spesso iconografie e simbologie ermetiche nei propri dipinti. Falero morì prematuro, a soli 45 anni, nel 1896.

Gli interessi dell’artista nei confronti dell’Astrologia si riflettono inevitabilmente nelle sue opere. Così Venere assume le sembianze di una giovane fanciulla; al contempo, ninfette sempre più ammiccanti sembrano poter sedurre  e dunque controllare le forze supreme della natura, quegli aristotelici  Cieli incorruttibili e sempiterni un tempo accessibili solamente alla forza sovraumana del Motore Immobile ma che, alla Fin de siècle, in pieno simolismo Art Nouveau, paiono docili ed obbedienti al fascino del femminile …

E’ una bellezza femminile completamente diversa ed avversa ai canoni della Madonna Rinascimentale, naturalmente. Ma quello di Falero è un femminile completamente svincolato dalla fragile eterea bellezza pre-raffaellita, dalle fanciulle fragili, dalla salute cagionevole, e dall’ossatura malleabile di certa iconografia à là Burne Jones, per intenderci. La donna di Falero non solamente è bella, ma è pienamente volitiva, seducente, definitivamente pericolosa …

Un femminile erotico e fatale, una donna che custodisce i Segreti della Natura Naturante. Come una sacerdotessa dei Misteri, come una sacerdotessa di Iside (e non a caso, Falero fu un appassionato collezionista e cultore di egittologia), quello sguardo seducente e vagamente trasognante, come in trance, costituisce uno splendido portale che schiude gli inferi sotterranei del Mistero della Vita. Un’idea di femminile già simbolista e bachofeniana e vagamente pagana. Le sacerdotesse di Iside di Falero sono delle streghe perfette: beato l’uomo che saprà abbandonarsi a quella stregoneria chiamata seduzione, poichè a lui sarà dato scoprire di Iside il velo, ed infine poter ammirare tesori preziosi ed al contempo conturbanti. Proprio come queste bellezze …

I capelli rossi delle streghe/fate di Falero non possono non rievocare ante litteram le rosse Danae di Klimt o le rosse fanciulle dagli locchi eterei, ambigui e cristallizzati di Khnopff. Queste Visioni femminili di Falero hanno la stessa dirompente forza delle stesse impresse come demonico “pendaglio tra gli occhi” innanzi alla vista di Faust. Un demoniaco che finalmente con Falero recupera il suo originale significato greco, un dèmone che è guida verso gli abissi dell’Inconnu e del mistero. Un dèmone finalmente non diabolico, un dèmone finalmente femminile …

 

Karoly Ferenczy, Archeologia, 1896, Muenchen, Germany:

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Ferdnand Hodler, The Dream, Muenchen (?) 1897:

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The reformed church in  Obuda (IIIth District) is probably the most famous masterpiece of Karoly Kos in Budapest as well as an outstanding example of the Transilvanya styled Szecesszio design. The National Romantic elements characterize every single detail in this church, combining rural lines, geometrical shaped doors and windows, extensive use of wood element and relief stones on the façade. The church is a little bit far away from the very touristic center of Budapest, even if still accessible without great effort. Since it is not far from the Obuda Sziget, eventually the isle where the approaching Sziged festival will take place, it could be easily visited after or pre party time.

da W. Spemann, “Das Goldene Buch der Kunst”, 1904:

Hippolyte Delaroche, conosciuto comunemente come  Paul Delaroche (17 July 1797 – 4 November 1856) fu pittore francese, nato a Parigi. Formatosi alla scuola di Antoine-Jean, Baron Gros, il suo stile fu caratterizzato decisamente dalla pittura Romantica del secolo XIX.

La sua opera principale rimane il gigantesco dipinto di 27 metri (88.5 ft) , nell’emiciclo del teatro dell’ École des Beaux Arts a Parigi.

la riproduzione su incisioni di molte sue opere contribuì a far conoscere l’artista in Francia ed in Europa.

Lo stile di Delaroche è indubitabilmente influenzato dalla pittura francese di metà Ottocento, caratterizzato da una particolare attenzione al dettaglio, dalla caratterizzazione drammatica del volto e della gestualità dei personaggi, come nel dipinto “Joan d’arc being interrogated, 1824, Musée des Beaux-Arts, Rouen, France”:

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Musa ispiratrice a grande amore del pittore fu la giovane Louise Vernet, figlia di Horace Vernet. E forse proprio questa sua passione contribuì a mitigare lo stile decisamente improntato al Romanticismo con una evoluzione che lascia intravedere qualche elemento di gusto simbolista. Se ancora l’elemento romantico e naturalistico, connotato da una ricerca espressiva, del dettaglio che catturi lo stato psicologico del soggetto, è ancora ben presente nel “Ritratto di Henrietta Sontag” …

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… lo stile di Delaroche sarebbe stato destinato ad una imprevista mutazione. L’evento scatenante fu, nel 1845, l’improvvisa morte della giovane Louise, la passione di una vita. Dello stesso anno è il dipinto Ophelia, con evidenti riferimenti alla vicenda luttuosa che colpì l’artista:

ophelia

L’elemento femminile è qui presentato nella sua forma più pura ed angelica. I tratti del volto sono adolescenziali e puri, santi; la stessa espressione di rassegnata sofferenza, il pallore esacerbato caratterizzano questa Ophelia di quel comune stereotipo del femminile fragile, caduco, malato, debole, da preservare come un delicato fiore, una dama fragile come uno stelo à la William Morris. Un ideale femminile da chanson de Roland, sovraccaricato di elementi cristiano religiosi. La luce proveniente da un misterioso punto nell’alto dei cieli sfiora come un velo di luce il volto di Ophelia, iniziandola ad una Vita Nuova. Ci si aspetterebbe che la fanciulla venisse direttamente trasportata da quel fascio luminoso in un Coro angelico. E questo insindacabile elemento di beata santità vien pure rimarcato dalla aureola che leggera anch’essa, corona la sofferenza della fragile donna. Condannata alla santità, fragile per eccellenza, delicata, la donna è ritratta conformemente a quella iconografia così comune tra gli artisti ottocenteschi, come già sottolinea Bram Dijkstra, proprio a proposito di questo dipinto (“Idols of Perversity”, New York 1986, p. 49). L’ombra alle spalle, una sorta di abbraccio fatale, di nero mantello Notturno, non lascia scampo al femminile: la donna è condannata a soccombere alle forze oscure demoniache. Il destino di Ophelia non è lo scontro, la battaglia, l’antitesi al velo nero, quanto piuttosto ad una docile e santa sottomissione, il ricongiungimento con il Sommo Bene mediante il sacrificio della propria vita e della propria corporeità. Il velo nero si allaccia idealmente dietro la schiena dell’oscuro personaggio maschile sullo sfondo: La ix, il malvagio è qui elemento decisamente riletto in chiave cristiana, e dunque diaboloca, e non già come connotazione femminea à la Bachofen, per intenderci. E dunque, non è qui una Ophelia in diretto rapporto con la natura, propaggine estrema delle forze interiori ed ataviche della Grande Madre (come voleva Adriana Cavarero): l’Ophelia di Delaroche a quell’ombra non sa opporre resistenza, in nome del supremo sacrificio al Sommo Bene, in nome della santità del suo sesso. Analogamente, ogni riferimento anche vagamente sessuale nel dipinto è ben mascherato: la luce ricopre tutto il corpo di Ophelia, e l’acqua rigonfia le vesti fin a non far intravedere le Linee del corpo, fino a nascondere definitivamente ogni elemento sensuale.

Nulla di più distante, dunque, dall’icona della donna fatale, sensuale, eroticamente carica, pericolosa, demoniaca e non certo santa, amante prima che madre, la Donna Oscura riscoperta dal Simbolismo e dall’Art Nouveau ? Eppure … Eppure nel 1843 Delaroche si risolse a dipingere un tema poi divenuto quasi un classico dell’iconografia simbolista, Herodias:

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Anche in questo dipinto, la luce è dirimente tra la scena in primo piano ed il personaggio di contorno, colpendo direttamente il volto e la figura femminile immediatamente a ridosso dello spettatore che osservi il dipinto. Risulta decisamente evidente la differente visione del femminile cui ci si imbatte in questo dipinto. Fiera e superba, sensuale e perfida, la Herodias di Delaroche incarna al meglio quelle caratteristiche fisiognomiche di femme fatale che assurgeranno a caratteristica comune di tante raffigurazioni del femminile nelle produzioni simboliste ed art nouveau. L’abito rigorosamente color rosso fuoco bordato da una larga fascia gialla, fasci di perle ad ornare il polso ed i capelli, quasi ad avviluppare il corpo in un fastoso e lussuoso serpente; lo sguardo più che mai vivo e vitale, al contrario di Ophelia, quanto più volitivo e spietato, gli occhi profondi e neri in un taglio da proche orient, l’aspetto vagamente tzigano. L’elemento esotico è esso stesso simbolo dell’alterità, del mistero affascinante, dell’inconnu pericoloso ed a tratti seducente… In definitiva la Herodias di Delaroche è una sorta di anticipazione della femme fatale simbolista e si discosta decisamente da una idea della donna, peraltro professata dallo stesso pittore francese, debole e dalla fragilità beata e santa. Quello che ancora manca nel dipinto di Delaroche è la carica seduttiva, la bellezza doppia che sa affascinare anche in virtù della propria perversità. La bellezza femminile per Delaro
che è ancora quella della perduta Luoise, giovane, fragile e santa. Questa Herodias ha uno sguardo più maligno che seducente, e gli occhi sono carichi di una rabbia che dovrebbero repellere l’uomo retto e probo. Ma sarà proprio quello sguardo tagliente, al contrario, ad affascinare tutta una generazione di artisti (e non solo) ed a liberare infine il femminile in tutta la sua carica erotica, esplosiva, vitale. Vita e Morte, dunque, che saranno destinati ancor una volta, ad esser congiunti come voleva il filosofo di Efeso …

 

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