da W. Spemann, “Das Goldene Buch der Kunst”, 1904:

Hippolyte Delaroche, conosciuto comunemente come  Paul Delaroche (17 July 1797 – 4 November 1856) fu pittore francese, nato a Parigi. Formatosi alla scuola di Antoine-Jean, Baron Gros, il suo stile fu caratterizzato decisamente dalla pittura Romantica del secolo XIX.

La sua opera principale rimane il gigantesco dipinto di 27 metri (88.5 ft) , nell’emiciclo del teatro dell’ École des Beaux Arts a Parigi.

la riproduzione su incisioni di molte sue opere contribuì a far conoscere l’artista in Francia ed in Europa.

Lo stile di Delaroche è indubitabilmente influenzato dalla pittura francese di metà Ottocento, caratterizzato da una particolare attenzione al dettaglio, dalla caratterizzazione drammatica del volto e della gestualità dei personaggi, come nel dipinto “Joan d’arc being interrogated, 1824, Musée des Beaux-Arts, Rouen, France”:

joan_of_arc_in_prison_1824

Musa ispiratrice a grande amore del pittore fu la giovane Louise Vernet, figlia di Horace Vernet. E forse proprio questa sua passione contribuì a mitigare lo stile decisamente improntato al Romanticismo con una evoluzione che lascia intravedere qualche elemento di gusto simbolista. Se ancora l’elemento romantico e naturalistico, connotato da una ricerca espressiva, del dettaglio che catturi lo stato psicologico del soggetto, è ancora ben presente nel “Ritratto di Henrietta Sontag” …

Delaroche_Portrait_of_Henrietta_Sontag

… lo stile di Delaroche sarebbe stato destinato ad una imprevista mutazione. L’evento scatenante fu, nel 1845, l’improvvisa morte della giovane Louise, la passione di una vita. Dello stesso anno è il dipinto Ophelia, con evidenti riferimenti alla vicenda luttuosa che colpì l’artista:

ophelia

L’elemento femminile è qui presentato nella sua forma più pura ed angelica. I tratti del volto sono adolescenziali e puri, santi; la stessa espressione di rassegnata sofferenza, il pallore esacerbato caratterizzano questa Ophelia di quel comune stereotipo del femminile fragile, caduco, malato, debole, da preservare come un delicato fiore, una dama fragile come uno stelo à la William Morris. Un ideale femminile da chanson de Roland, sovraccaricato di elementi cristiano religiosi. La luce proveniente da un misterioso punto nell’alto dei cieli sfiora come un velo di luce il volto di Ophelia, iniziandola ad una Vita Nuova. Ci si aspetterebbe che la fanciulla venisse direttamente trasportata da quel fascio luminoso in un Coro angelico. E questo insindacabile elemento di beata santità vien pure rimarcato dalla aureola che leggera anch’essa, corona la sofferenza della fragile donna. Condannata alla santità, fragile per eccellenza, delicata, la donna è ritratta conformemente a quella iconografia così comune tra gli artisti ottocenteschi, come già sottolinea Bram Dijkstra, proprio a proposito di questo dipinto (“Idols of Perversity”, New York 1986, p. 49). L’ombra alle spalle, una sorta di abbraccio fatale, di nero mantello Notturno, non lascia scampo al femminile: la donna è condannata a soccombere alle forze oscure demoniache. Il destino di Ophelia non è lo scontro, la battaglia, l’antitesi al velo nero, quanto piuttosto ad una docile e santa sottomissione, il ricongiungimento con il Sommo Bene mediante il sacrificio della propria vita e della propria corporeità. Il velo nero si allaccia idealmente dietro la schiena dell’oscuro personaggio maschile sullo sfondo: La ix, il malvagio è qui elemento decisamente riletto in chiave cristiana, e dunque diaboloca, e non già come connotazione femminea à la Bachofen, per intenderci. E dunque, non è qui una Ophelia in diretto rapporto con la natura, propaggine estrema delle forze interiori ed ataviche della Grande Madre (come voleva Adriana Cavarero): l’Ophelia di Delaroche a quell’ombra non sa opporre resistenza, in nome del supremo sacrificio al Sommo Bene, in nome della santità del suo sesso. Analogamente, ogni riferimento anche vagamente sessuale nel dipinto è ben mascherato: la luce ricopre tutto il corpo di Ophelia, e l’acqua rigonfia le vesti fin a non far intravedere le Linee del corpo, fino a nascondere definitivamente ogni elemento sensuale.

Nulla di più distante, dunque, dall’icona della donna fatale, sensuale, eroticamente carica, pericolosa, demoniaca e non certo santa, amante prima che madre, la Donna Oscura riscoperta dal Simbolismo e dall’Art Nouveau ? Eppure … Eppure nel 1843 Delaroche si risolse a dipingere un tema poi divenuto quasi un classico dell’iconografia simbolista, Herodias:

herodias_1843

Anche in questo dipinto, la luce è dirimente tra la scena in primo piano ed il personaggio di contorno, colpendo direttamente il volto e la figura femminile immediatamente a ridosso dello spettatore che osservi il dipinto. Risulta decisamente evidente la differente visione del femminile cui ci si imbatte in questo dipinto. Fiera e superba, sensuale e perfida, la Herodias di Delaroche incarna al meglio quelle caratteristiche fisiognomiche di femme fatale che assurgeranno a caratteristica comune di tante raffigurazioni del femminile nelle produzioni simboliste ed art nouveau. L’abito rigorosamente color rosso fuoco bordato da una larga fascia gialla, fasci di perle ad ornare il polso ed i capelli, quasi ad avviluppare il corpo in un fastoso e lussuoso serpente; lo sguardo più che mai vivo e vitale, al contrario di Ophelia, quanto più volitivo e spietato, gli occhi profondi e neri in un taglio da proche orient, l’aspetto vagamente tzigano. L’elemento esotico è esso stesso simbolo dell’alterità, del mistero affascinante, dell’inconnu pericoloso ed a tratti seducente… In definitiva la Herodias di Delaroche è una sorta di anticipazione della femme fatale simbolista e si discosta decisamente da una idea della donna, peraltro professata dallo stesso pittore francese, debole e dalla fragilità beata e santa. Quello che ancora manca nel dipinto di Delaroche è la carica seduttiva, la bellezza doppia che sa affascinare anche in virtù della propria perversità. La bellezza femminile per Delaro
che è ancora quella della perduta Luoise, giovane, fragile e santa. Questa Herodias ha uno sguardo più maligno che seducente, e gli occhi sono carichi di una rabbia che dovrebbero repellere l’uomo retto e probo. Ma sarà proprio quello sguardo tagliente, al contrario, ad affascinare tutta una generazione di artisti (e non solo) ed a liberare infine il femminile in tutta la sua carica erotica, esplosiva, vitale. Vita e Morte, dunque, che saranno destinati ancor una volta, ad esser congiunti come voleva il filosofo di Efeso …

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