Kubin’s "The Other Side"
The Novel written in metaphorical and symbolic language is a sort of autobiographic novel. The narrator, Kubin himself decides, along with his wife to move to “Pearl”, the capital of a built in Central Asia, dream realm, pull, whose daily life of Ancient (old buildings, mills, homes, disreputable bars, towers, cafes), a Kafkaesque bureaucratic hierarchy and emotional discord (hysteria, anxiety, disorientation, chaos and obsessions) is controlled, and in which there is neither technical nor cultural progress. The inhabitants of the city, shrouded by dense fog, are sensitive dreamer, subject only to the logic of the dream world. Patera, the ruler of the dream realm is left to decay, so the chaos is increasing.

Kubin’s novel exerted a decisive influence on writers like Franz Kafka, Gustav Meyrink and Ernst Jünger.
It is probably also in the sense Kubin, if we interpret the novel as so many of his prints as a symbol of the fatalistic view of things, but even he calls himself a fatalist.
In the novel "The Other Side" and also in the drawings noted Ernst Jünger a peculiarity of the composition, which he calls "unrelated simultaneity," a blunt isolation of the individuals who are in the world such as in a number of prison cells next to each other act similarity to Georg Trakl.

Alfred Kubin - die Andere SeiteAlfred Kubin - die Andere SeiteAlfred Kubin - die Andere SeiteAlfred Kubin - die Andere SeiteAlfred Kubin - die Andere Seite

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DI SCOGLIERE E PALUDI

La terra dove giacciono le stirpi in disfacimento, le stelle già cadute, allorché l’anima, ein Fremdes, ne I ha scavalcato l’orizzonte, costituisce l’ossessiva immagine di Kubin. Dei suoi boschi, dove «splendore e marciume, il vizio orgoglioso e la nauseante putre­fazione, il culto del sublime e il dolore incomposto» manifestano «la vita universale, che opera così mi­steriosamente negli uomini, negli animali, nelle piante, in ogni pietra»,1 Ernst Jùnger ha conservato mappe preziose. Il vecchio mago di Zwickledt, dice Jùnger in Strahlungen? appartiene a quell’inquietan­te «mazzo di autori orientali» che più profonda­mente hanno saputo descrivere la nostra decaden­za. Kafka ne evoca i demoni, Trakl ne afferra la pu­trefazione (e, solo nella putrefazione, l’Abendland). Kubin ne vede la polvere e la muffa, ma anche, come Horst Lange, del quale illustrò il fuoco fatuo, le viscere delle paludi, indistricabile espandersi di bo­sco e palude. Il nostro mondo è diventato vecchio. Il segno di Kubin è documento della catastrofe. Le sue immagini, scavate dalle macerie, non traducono parole, ma vedono questo mondo come una Todes-symbolik, grande teatro astrale, dove il potente sof­fio di Saturno esprime i geroglifici della morte.1 La vita universale è qui descritta alla fine di un suo ci­clo. Alla fine di un ciclo, quando esso perviene al suo equivoco Abendland, nel grigio colore della pa­lude, i regni si confondono. La linea non trattiene le forme in fuga, ma le apre, le spezza e le rimescola insieme. Le fanciulle volano come uccelli sulla palu­de; uomini-pesce e uomini-rospo vi cacciano assie­me a strane belve. Da un albero si abbatte sul conta­dino la freccia della morte, o sulla sua casa, da un cielo plumbeo, l’uccello del malaugurio (Fig. 2). Il sole rimane sempre nascosto dietro le spesse nebbie che salgono dalle terre fermentanti. La vita univer­sale qui si esprime decomponendo le forme del suo vecchio ciclo. Ma la decomposizione è anche ironia. La confusione dei regni avviene anche per questo potente filtro dissolutore, per la sottile opera del diabolico riso, e non come improvvisa catastrofe. L’ironia produce l’incessante scambio tra le forme -testimonianza della loro tremenda illusorietà. Ironi­ca è perciò la vita universale, allorché produce una catastrofe: il suo riso disgrega l’apparente compat­tezza delle forme, la loro specificità e distinzione, le rende ‘dissolute’.

Ma questa ironia e la dissoluzione che produce so­no ibride, come il demiurgo di Perle, la fantastica ca­pitale di Die andere Seite} La dissoluzione conduce alla mera possibilità: futuri regni e future forme si danno come meri possibili. La palude pullula di ger­mi. Il suo tratto più inquietante non consiste Bel portare a putrefazione il già-stato, ma nel mostrare insieme questa putrefazione come un germinare inatteso, o, meglio, imprevedibile. Sappiamo (avver­tiamo) che da questo regno lacustre dell’indistinto e incomposto lentamente nasceranno nuove forme e nuovi ordini, ma non possiamo in nessun modo prevederne i contorni. L’ironia è doppia: da un lato, di­mostra l’illusorietà dell’idea di una vita universale pacificamente progrediente da forma a forma* attra­verso contìnue bonifiche annullanti ogni arcaica pa­lude – dall’altro, ride di questa assoluta immagine di morte, che la catastrofe vorrebbe produrre. Il volto della Morte sbuca dall’intrico di canne con un cappello da goliarda e una cavalletta scherza sul suo indice proteso. In un’altra sua apparizione, Madame Mors danza tra le tombe come un’ischeletrita corti­giana. Una maschera e una bionda parrucca cercano invano di nasconderne la decadenza (Fig. 3). La dis­soluzione della palude è anche la sua decadenza. Madame Mors è una delle molte apparenze che ba­lenano tra i fuochi fatui della dissoluzione. Il simbolo più perfetto è l’ibrido del decomporre-germinare. In un disegno del 1905, gli straordinari fiori della palude sbocciano dal corpo di Ofelia anegata (Fig. 4). La perennità della vita, nella metamorfosa dei suoi regni, ‘gioca’ la morte.

La palude è anche questo ‘dissoluto* regno dei gioco, dove neppure la morte è più sacra. A volte è un Fool shakespeariano a narrarlo, come in alcuni disegni del böhmisches Land; a volte i geni dei monti, le cui figure son fatte di radici impazzite. La luce del bosco è lunare, oppure proviene dal dia­mante che il Rübezahl ha sottratto alla terra (Fig. 5). Un chiarore illusorio promana dalla luna. «Essa è – come potrei dire? – la lente convergente che come realtà magica inibite l’azione dei raggi crea vita di questo borioso sole, strega il cervello umano proiettando al di fuori, in una realtà apparente, ogni sorta di forme concrete, e fa germogliare e respirare sotto le più diverse forme e manifestazioni il velenoso fluido della morte e della putrefazione». Gustav Meyrink, che jùnger dimenti­ca nel suo «mazzo di autori orientali», sembra avere presente proprio U vecchio mago di Zwickledt nell’immaginare J quattro fratelli della luna1 È per essi che le forme sono semplicemente sogni e i corpi «convulsioni dell’etere ».

Nulla può permanere, resistere al ritorno dell’Ur-schlamm, della palude originaria, e l’orgia dissoluta che afferra piante, animali, afferra anche l’Io e là sua stessa morte. Il possibile soltanto, l’infinito pullulare dei possibili, riempie questo mondo di mezzo, questo equivoco spazio, questa Zwischenwelt. L’ironia stessa appartiene al mondo di mezzo sospe­so tra putrefazione e possibile, dove solo il possibile j è reale. Infiniti mondi reca in sé questa palude, eppure, come un amico di Kubin, Paul Klee, riconob­be, soltanto poche figure ne emergeranno (le illustrazioni di Klee per il Candide rivelano appieno lo ‘scambio’ con Kubin) 2 La palude, allora, non è soltanto putrefazione del gia-stato, ma anche morte di molteplici possibilità. fl culmine tragico dell’ironia non consiste nel semplice dissolvere l’illusorietà del-le forme già date, ma nel fare avvertire l’opera della morte sullo stesso possibile, nel far percepire a dis­solversi di infiniti* invisibili possibili.

A Perle si giunge attraverso una zona deserta, ac­quitrinosa. Vaste distese di boschi e paludi impedì-scono al sole di splendere. Un opaco color oliva* un grigio verdastro annullano finanche ricordo del «dannato borioso sole». E il tono melanconico dì Perle, dove all’ombra delle pratiche burocratiche acquistate in ogni parte del mondo « per allevare un genere speciale dell’homo sapiens», disgregazione, l’interna dissoluzione delle forme. Al centro del regno si innalza un monolite (le stelle cadute di Trakl!), che potenti scariche ma­gnetiche proteggono dai vagabondi che yorrebbero visitarlo. La palude con i suoi demoni si unisce al ferro celeste. L’elettricità che da esso si scarica per­vade il regno di Perle, saturandone l’atmosfera e [producendo continue metamorfosi. Il segno di Kubin, spezzato, contorto, moltìpliantesi in ogni dire­zione, esprime questa impalpabile, fecondante $ dissolvente energia.

Come l'umido grembo della sua terrai Patera tao-chiude infiniti volti. Il sovrano è Proteo, come un al­tro autentico 'praghese Mo aveva raffigurato, l'Arcimboldo. Con la rapidità di un fulmine egli è gio­vane e donna, bambino e vecchio, grasso e magro, benevolo e maligno Un magico teatro ne trasforma f incessantemente le sembianze: è tutti gli uomini insieme, e tutti gli animali insieme: sciacallo e stalla i ne, uccello e serpente. […] Patera partecipa alla confusione e commistione degli elementi; egli non ha solo prodotto la palude dove essi, corrom­pendosi, si dissolvono reciprocamente, ma parteci­pa al loro disfacimento. Dalle regioni selvagge che circondavano Perle* è che erano considerate sacre, innumerevoli animali escono a compiere l’opera della disgregazione. «Un sonno morboso e irresisti­bile» annulla le resistenze dell’antico Anno. Ma a tale Anno sembra appartenere anche l’antico ‘pra­ghese’, Patera.

Non è dunque un sacrificio cosmogonico. Dubbio, equivoco è «il sa­le, il grande sole», che, «come un lucente squillar di fanfare», dissòlve le nebbie del regno del Sogno, a conclusione del grandìoso pólemos tra Patera e il suo doppio, il suo Lucifero* l’Americano. Patera era stanco, e probabilmente « più impotente di ogni altro». «Forse i veri sovrani èrano gli uomini dagli occhi azzurri, che aizzavano con poteri magici un fantoccio inanimato ». Forse Patera non è che il Golem cui anelano i Fratelli della luna; e il grande sole non basta a col­trare gli abissi dei sogni «nei quali sprofondavo im­potente». Nei giorni che seguono all’apparente trionfo del sole, anzi: «nelle notti che seguirono, piene di luce lunare», «pensavo alla mia morte co-nie a una gioia grandissima, celeste, come all’inizio

di una eterna notte nuziale». Il ‘dissoluto’ regno del gioco qui non ha fine. L’opera non ha compimento. I suoi maestri ignorano dove sono e vivono in quella perenne ZwischenWelt, nel cui chiaroscuro «i mo­menti più alti possono soggiacere al ridicolo, allo scherno, all’ironia», cosi come al grande mito che narra il crollo del regno del Sogno succede la sua operettistica occupazione da parte del generale Rudinoff.Il maestro è troppo stanco; soggetto al sacro delle regioni selvagge, conosce le formule della me­tamorfosi e della disgregazione, ma è impotente a produrre le forme che sopravvivranno ai barbaro lancio di dadi di Madame Mora. Il segreto del possi­bile è forse in mano a elfi bizzarri, demoni palustri, o alle impenetrabili figure dagli occhi azzurri che assistono impassibili alle vicende del regno del So­gno. Per noi il demiurgo è un ibrido».

Massimo Cacciari – “Dallo Steinhof”, 1980

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