Col presento articolo iniziamo intorno alla nostra Mostra, sotto Unti rapporti interessante,- una seria di studi, una vera rassegna particolareggiata, quinto l’argomento ne è degno e richiede. Il nostro collaboratore d’arte, Enrico Thovez, peri, nella sua qualità di segretario del Comitato artistico dell’Esposizione trovandosi impossibilitato ad occuparsi della materia, abbiamo chiamato a sostituirlo; per questa occasiono, Vittorio Pica, 11. giovane critico napoletano, la cui competenza in fatto d’arte, i incontestata, a già gli valse il primo premio all’ultimo concorro fra i critici bandito a Venezia. Non crediamo che il nostro Enrico Thovez, la cui collaborazione ci sarà sempre cara, potesse in tal»occasione avere un miglior costituto.

« C’est une Juliennel > Questa definizione del Théàtre de l’Opera di Parigi, coll otreasticamente efficace nella sua grossolanità culinaria, che un giorno i fratelli Goncourt colsero sullo labbra di un artigiano contemplante il fastoso edificio di Charles Garnier, mi è ritornata assai spesso alla mente nel guardare qualche glorificato monumento del secolo tramontato ora e poco. La verità, che niuno più del resto oserebbe negare, è che il Novecento, così vario, cosi possente, cosi novatore nelle scienze, nelle lettere e nelle altre branche dell’arte non è riuscito ad avere un’architettura propria. I palazzi, le chiese, i teatri e gli altri pubblici edifici, piuttosto che mostrare, come nei secoli antecedenti, una peculiare fisionomia parzialmente originale, sono stati copie, contraffazioni, parodie degli edificii di altre età, oppure, tutte lo vòlte che gli architetti hanno voluto fare sfoggio di una fantasia inventiva che mancava loro, ci si sono presentati quali laboriose composizioni di elementi disparati, presi qui e là ed amalgamati con più o meno abilità. Non soltanto giustificata ma altamente lodevole e, dunque,- la febbrile passione estetica che, già da alcuni anni, stimola o sospinge artisti di varia nazionalità ed il cui ingegno vivido ed ardimentoso non sa acquietarsi alle vecchie formule, a rinnovare di continuo i tentativi per dotare alfine l’epoca nostra di un nuovo stile architettonico, il quale risponda alle nuovo esigenze, alle nuove aspirazioni, ai nuovi gusti della società odierna e, in pari tempo, si accordi con lo sviluppo sempre più grandioso e sempre più avido d’originalità di tutte le arti applicate.

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Siamo, certo, ancora nel campo delle ricerche e degli esperimenti, giacche nell’architettura la creazione del nuovo presenta difficoltà o richiede tempo assai più che nelle altro arti, nelle quali l’individualità inventiva dell’artista si può muovere ed esplicarti a sito bell’agio. L’architettura, essendo l’arte per eccellenza in cui. si manifesta l’anima collettiva di un dato popolo in una data epoca, richiede una. elaborazione lenta e complessa, por eliminare dalle successive e diverse concezioni individuali tutto ciò che non esprima e sintetizzi il sentimento, il gusto ed i bisogni della collettività. Queste ricerche e questi esperimenti, fatti, quasi contemporaneamente, in paesi diversi da uomini d’indole differente, ma orientati verso un medesimo ideale estetico fuori dal tirannico cerchio dello leggi architettoniche di un Vitruvio o d’un Vignola, presentano, malgrado le inevitabili incertezze, deficienze od esagerazioni, un armonico complesso di caratteri novatori ed una tal quale maturità,di concezione d’insieme da richiamare non soltanto l’attenzione, formata d’interesse e d’ammirativa simpatia, degli studiosi e degli amatori d’arte, ma da fare profetizzare come non lontano l’avvento della desiderata architettura del secolo ventesimo.

Partiti quasi tutti dal riformatore stil nuovo inglese, ma piegandosi ciascuno allo particolari esigenze spirituali della propria razza ed alle particolari esigenze climatiche del proprio paese, coloro che: si sono spinti più innanzi nella via del nuovo sono stati — mettendo in disparte lo svedese Bober, forse il più equilibrato ed il più geniale fra tutti, ma di fisionomia essenzialmente scandinava — alcuni francesi, alcuni belgi e parecchi austriaci. Fra i primi rammenterò, a particolar titolo di lode, Charles Plumet, il quale, più misurato d’ogni altro e più discreto nell’uso della decorazione cromatica, ha posto corno legge assoluta d’ogni sua creazione architettonica il principio che non vi debba esistere decorazione che non sia richiesta e giustificata da Una costruzione. « Nous voulona essayer — ha egli scritto sagacemente, — de détenniner d’abord los grandes lignea de l’oathétique nouvclle, en veillant avec soin à ne pas alourdir de tròp do parures la belle anatomie dont-il s’agit, au préalable, de notor Ics justes proportions. » A capo dei belgi, che a mo sembrano assai più dei francesi giovanilmente inventivi, snellamente leggiadri e arditamente liberi da influenzo tradizionali e, ci altra parte, di gusto più castigato, di fantasia meno sbrigliata o d’inventiva più costruttiva degli austriaci, troviamo Horta ed il defunto Hankar. In Austria, poi, è, nello spazio di pochi anni, sorta tutta una novatrice pleiade di architetti, che ha avuto per maestro Otto Wagner, che ha per più spiccato rappresentante Joseph Olbrich, e che si è spinta molto, se non addirittura troppo oltre nella ricerca del nuovo, dell’inusitato ed anche dello strano, specie per quanto riguarda la decorazione, sovente di una vivezza chiassosa di colori e di una sovrabbondanza d’ornamenti floreali e figurativi alquanto intemperante e sarei quasi per dire barbarica.

*** Quali e quante siano le differenze tra gli edificii ideati e costruiti da francesi, belgi ed austriaca, possiamo però notare tre caratteri comuni, più o meno, a tutti e che bisogna quindi credere destinati a diventare i caratteri essenziali del nuovo stile o, per essere più esatti, del nuovo indirizzo architettonico, giacchè l’assiduo scambio cosmopolita di prodotti e d’idee, la rapida continua trasformazione dei gusti ed il lavorio incessante dello spirito critico, vietando la calma indispensabile alla stratificazione ed all’epurazione degli esperimenti individuali in un definitivo tipo unico toglie la possibilità di quel sostrato assoluto e permanente, che, negli altri secoli,- costituiva ciò -che- meritava davvero di essere definito uno stile.

I tre caratteri comuni sono: la sostituzione, sempre che riesca possibile, della curva alla linea retta, il predominio del colore sul disegno ed una spiccata avversione per la simmetria. Il primo carattere apparenta il nuovo stilo al barocco italiano ed al roccocò francese, e gli altri due rivelano la simpatia ottica e cerebrale degli odierni innovatori per l’affascinante arte dell’Estremo Oriente, nonché per le antichissime ieratiche costruzioni dell’India dell’Assiria e dell’Egitto. Dunque — non mancherà certo di mordacemente osservare qualche lettore, animato di scarsa benevolenza por l’arte modernista — codesti innovatori non hanno, allo stringere dei conti, inventato nulla di nuovo. Ed i0 gli rispenderò, con Eugène Grasset, che so è vero che non s’inventa ne si può inventare nulla di nuovo in modo completo e fondamentale, è parimenti esatto che l’uomo d’ingegno inventa una nuova, maniera d’impender una vecchia idea od applica metodi antichi ad un’idea nuova. Un quarto carattere che non va trascurato è l’uso del ferro, spesso associato al vetro, sia corno materiale costruttivo sia come materiale decorativo, ciò che dà agli edificii una. snellezza di spiccata leggiadria e no rende giocondamente luminosi gl’interni. Quest’altro carattere del nuovo indirizzo architettonico è affatto moderno, sia perchè suggerito dai progressi della scienza, sia perchè imposto da speciali esigenze della tumultuosa esistenza dei tempi nostri, che richiede stazioni ferroviarie, grandi mercati, vasti magazzini, sale colossali per le esposizioni, divenute sempre più frequenti.

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Decisa l’interessantissima mostra interazionale d’arte decorativa, la cui nobile e coraggiosa, iniziativa tanto onora Torino, fu con ragione che alcuni componenti del comitato organizzatore insistettero per ottenere che si bandisse un concorso per gli edificii, «Con esplicita condizione che essi dovessero, per novità modernista di concezione, rispondere alle opere che erano destinati ad accogliere. Ed al buon proposito soccorse la fortuna, che volle che, tra gli undici progetti presentati al concorso, se ne trovasse uno di Raimondo d’Aronco, un italiano dimorante già da tempo all’estero, che era davvero degno di rappresentare in modo significativo il nuovo indirizzo architettonico agli occhi dei numerosi visitatori, convenuti a Torino d’ogni parte d’Europa, per partecipare a cosi interessante ed istruttiva festa dell’arte.

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Io non istarò certo a descrivere qui gli edificii del valoroso architetto veneto, ben sapendo che non v’è più buon torinese che non li conosca de visu e non abbia espresso la simpatia ammirativa o la repugnante antipatia che la novità gioconda e bizzarra di essi gli ha ispirata. Dirò invece che essi appaiono evidentemente suggeriti, corno costruzione e come decorazione, dalla Wagner Schule di Vienna, dal più avvenirista, cioè, dei gruppi d’artisti, che, disseminati qua e là per l’Europa e per l’America, ricercano, lavorano, si affannano nel desiderio entusiastico di dotare, al più presto possibile, il nuovo secolo di uno stile nuovo. Glorificati forse eccessivamente dagli uni, malmenati e disdegnati eccessivamente dagli altri, gli edificii di Raimondo d’Aronco, pur avendo il difetto originario di una troppo pedissequa fedeltà ai modelli austriaci, attestano nel loro autore una visione abbastanza nitida delle nuovo esigenze dell’architettura, una gaia vivacità di fantasia decorativa, una fervida facilità d’invenzione ed una sicurezza ingegnosa nella disposizione dei varii corpi di un fabbricato. Tali doti, certo non comuni, si appalesano in ispecial modo nell’ingresso principale, assai piacevole all’occhio per la sagoma d’un carattere assiro abilmente modernizzato o nella vivacità allegra della generale colorazione gialla, rigata di rosso e di bianco o maculata di turchino, nonché nella rotonda armoniosa, snella e leggiadra, malgrado qualche particolare decorativo poco felice e malgrado che l’entrata appaia sproporzionata all’insieme di un bello slancio architettonico verso l’alto e sia contristata da alcuni pilastri nudi e tozzi, ridicolmente incravattati di un svolazzante nastro di stucco.

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In quanto poi olle disarmoniche manchevolezze di proporzioni della parte costruttiva ed alle grossolanità scenografiche della parte decorativa che colpiscono più d’una volta sgradevolmente lo sguardo mentre si sofferma a contemplare questo o quell’altro aspetto esterno od interno della tortuosa massa di edificii in legno e stucco costruita dal D’Aronco per l’esposizione torinese d’arto decorativa, come non mostrarsi indulgenti verso di esse allorquando si ripensa alla strettezza del tempo, in cui egli è stato obbligato ad idearli, e lo continue aggiunto e modificazioni che ha dovuto faro all’originario suo progetto nel periodo febbrile dell’esecuzione. Raimondo d’Aronco, in una prossima occasione, potendo lavorare con maggiore ponderazione, farà di sicuro, assai meglio ed assai più : saprà essere più equilibrato nella costruzione e più sobrio nell’ornamentazione e, pur facendo la sua parte allo spirito cosmopolita, si sforzerà di essere più originale, rimanendo nell’ideazione e nella fattura più italiano. Ciò che mi spaventa, ma a cui bisognerà puro rassegnarsi, è la colluvie d’imitatori inabili e goffi che, per cagione sua, avrà in Italia la scuola austriaca, la quale ha già, per se stessa, il torto di essersi, dopo appena pochi anni, cristallizzata in una formula, mentre l’essenza gloriosa d’ogni moderna, forma d’arte è la libertà dell’ispirazione individuale.

Vittorio Pica

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