Archive for the ‘aesthetica’ Category

La percezione nell’arte è un elemento esiziale. In altre occasioni si è parlato di Sinestesia, volendo dunque intendere quella particolare predisposizione da parte del soggetto percepiente, di talune peculiarità sensoriali di una particolare opera d’arte. L’impatto che l’opera esercita sul percepiente, gli stimoli simbolici che essa sa schiudere nell’animo del fortunato che si trovi innanzi all’opera, possono indurre specifiche sensazioni derivanti da particolari sensazioni sensoriali. L’urlo fiero, patrizio, romano di Caravaggio, il dito che duole anzityutto allo spettatore:

Boy bitten by a lizard by Caravaggio

E quanto mi si lordano di sangue rubino le vesti innanzi a questa femme fatale ante litteram (che nel caso è sia autrice che ritratta) di Artemisia Gentileschi:

 GENTILESCHI_Artemisia_Judith_Beheading_Holofernes

Ma risulta particolarmente d’impatto l’assordante silenzio che scaturisce da alcune opere, che non dicono né sussurrano, in questo caso. Esse sono mute di un silenzio  che rimbomba nelle orecchie, che stride sulla pelle. Un silenzio spaventosamente assordante. Un silenzio dannato, di Segantini:

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Un silenzio determinato da distanze, rumori talmente lontani che divengono impercettibili: il silenzio dello spettatore che dalla scena rimane totalmente distaccato, come quello di Peeters:

Peeters, Gilles (Flemish, 1612-53)1 Peeters, Gilles (Flemish, 1612-53)

Il silenzio meditabondo, ieratico e della statica fissa geometrica disposizione di Ferdnand Hodler:

CAZE6I24

Il silenzio di una morte imperante, di un abbandono assoluto all’angelo nero, senza alcuna più speranza di revolte da parte del morituro. Un abbraccio quasi caercato, il silenzio come assenza di lotta, come sospensione eterna della volontà. Il silenzio cantato da Egon Schiele:

death_and_the_maiden_191516

Il silenzio della Bellezza indifesa e dormiente, di Burne-Jones:

Sleeping_beauty

Un silenzio solo apparentemente inviolabile come il corpo della Glaucopide, solo momentaneamente impermeabile ad ogni stimolo e ermeticamente chiuso nel sarcofago dell’ineluttabile privazione acustica. Un fulmine è l’elemento imprevedibile in grado di squarciare l’ineluttabile. Il risveglio dello spirito libero, sedotto al Bello irrompe  dunque con quella stessa imprevedibilità e L’Opera potrà subitanea trovare un inatteso cominciamento.

GiorgioneTempest

E ritratto di profilo, la Dea È appiattita in una prospettiva bidimensionale, ridotta, quasi minimizzata di fronte alle sfide eternamente tridimensionali, e tonde, che Ella deve affrontare. 750cver Debole, fragile come un foglio di giornale la Dea a due dimensioni e parrebbe che sia sufficiente un vento maschile e vigoroso a spazzar via Lei e la sua armatura di carta. MA il terrore, l’orrore, das grausen, che quegli occhi infondono, sì che esso salga come un brivido invernale salgono lungo la schiena dell’attento spettatore di quella eroica (e quindi erotica, come vedremo …) scena. E non sono gli occhi strabuzzati e vagamente caricaturali della Gorgone, epicamente impegnata a marmorizzare i Nemici di Athena, quanto proprio quelli della Glaucopide, vibranti d’azzurro come i colori panneggiati di Georg Trakl. Azzurro della poetica trakliana si confonde con gli occhi pieni di orrore e di bellezza della Vergine. Gelida e bella, avviluppata nel Vergine abito, la Guerriera sfiora leggera l’invincibile asta protesa alla difesa del suo Amato, Lei, la Vergine, si concede nel suo atto di PÒlemos.

Ritta Fiera Vergine,

Athena È l’amore e con essa pÒlemos non È padre ma madre di tutte le cose, e di tutte Sovrana, ed Èun dominio ed un imperio scevro del tutto dalla generazione del Padre ma pregno ed intriso del profumo del Dolore del parto della madre. Il patire È l’essenza del profondo amore guerriero, del Patto invincibile che nemmeno la morte mai potrà  slegare. Esso È conservato dietro lo scudo, e la Gorgone irride beffarda i tanti, i troppi Nemici che spendono la propria esistenza nel tentativo di stracciare quella Alleanza, alleanza d’amore e pathos tra la Vergine ed il suo eroe. Eroi contro i santi, ancora una volta, poiché Essa non ama chi si immola nella Rinuncia, ma, al contrario, quei guerrieri avvolti nelle fiamme d’amore, eroico-erotico furore bruniano che si pone oltre ogni limite conosciuto. L’eroe è oltrelimite, è fuoco eracliteo, È tormento non d’estasi ma di fatica,  Klimt_Ausstellung braccia e gambe ferite che cadono in ginocchio stremate dopo la cruenta battaglia, lacrime di sofferenza e fatica, pianto d’amore assoluto, epica nobile e nobiltà che schifa parodie di sangue, ma È vera nobiltà  figlia, anch’essa, dell’eterno pÒlemos, Èl’impresa e poi il nome e non il nome che si fa impresa, È l a potenza, È la fierezza e l’orrore che ai nemici in fuga infligge l’eroe piangente, occhi d’azzuro autunnale, luce che squarcia la coltre nebbiosa che Èla vera casa e la vera tappezzeria dell’einsames eroe, nobile nella propria solitudine, l’amour qui ne veut le volgaire, spalle indolenzite di chi dell’amore ha saputo fare lotta e della lotta ragione, e della ragione passione, e della passione vita, Sacerdote d’Athena il suo guerriero, che solamente alla Vergine infine si concede ed Èl’amplesso mistico, 100_1386come le nozze di Rosenkreuz, un amore che è un bacio infinito, nell’oro di altro Klimt, nei fondi a tinte marroni, e giallo ocra, e giallo antico, ed ancora verdi dei viali alberati d’autunno, una Primavera Sacra che con Autunno solamente può coincidere, poiché la  vera lotta è dei solitari e di chi come Kubin, maestro, ha fatto degli anfratti terribili del bosco la propria dimora, villa spettrale, la vera lotta è guascona così come aristocratica davvero Èl a condizione del decorato nelle guerre della Glaucopide, e le sue medaglie sono ferite e sudore, terra fango e derisioni, sforzo sovrumano, anelare, anelare sempre, muscoli tesi ed assalto al Nemico, solo così l’azzurro di Trakl diviene il medesimo di quello degli

Occhi della Dea.

bignuda Statuaria Athena, ed Èla passione del suo Teseo che le dona l’orrore dello sguardo, l’Occhio del Grausen come ancora in Kubin, e la delicatezza della mano avviluppata all’asta È l’erotica passione della Dea per il suo adepto. Come Zarathustra Ella non vuole discepoli ma amanti. Ed È sotto quello sguardo terribile, e dietro lo scudo della Gorgone che Teseo affronta il Nemico preponderante, impari lotta tra l’eroe ed il Mostro.100_1365

Lo sforzo È al massimo e la tensione palpabile, il Nemico dalla testa di Toro ansima rabbioso, e schiuma, ma la sua testa È inesorabilmente sospinta verso la colonna marmorea, estremo patibolo che vuol essere tomba del Mostro ed al contempo rinascita e, ancora, Sacra Primavera dell’eroe con la sua Dea.

Passeggiavo per il corso Andrassy due notti fa, sotto una pioggia devastante ed un freddo sinuoso come uno sguardo malizioso. passeggiavo ed ho visto in una vetrina, con tutta evidenza, un’aquila che mi osservava, silente, imperiale. Ho visto un’aquila in una vetrina ! ?

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Come oso ? Come potè capitare tutto questo ? L’occhio, organo recettivo del bello, è forse mai, al contempo, traditore organo ingannatore ? Credo che la risposta sia: dipende.

La funzione primaria del nostro è quella di trasportare le immagini al nostro cervello, per ulteriori elaborazioni e stoccaggio dati esperiti. E, tuttavia, il canale di comunicazione occhio-cervello è tutt’altro che monodirezionale. Il fatto è che l’esperienza visiva è una esperienza creativa. Non vediamo mai ciò che vediamo, ma vediamo ciò che vogliamo. Da un punto di vista basilare, ciò significa che prestiamo attenzione su ciò che desta la nostra attenzione, appunto. Eppure, non si risolve qui la quaestio. L’esteta è come una grande biblioteca, il cui sistema di catalogazione e di ricerca è formidabilmente avanzato e veloce. La comunicazione visiva primaria (l’impatto dell’immagine sulla retina e la trasmissione della stessa al cervello) agisce come una sorta di richiesta di ulteriori informazioni o commenti. La figura percepita, dunque, viene trasmessa e confrontata con i metadati presenti nella biblioteca estetica. La risposta, tuttavia, diversamente da quella del buon bibliotecario, è molto più creativa, oserei dire poetica. L’elaborazione si appoggia come una coperta sul dato primario, e la vista diviene visione. Naturalmente, più è vasta la quantità di volumi presenti nella biblioteca estetica, tanto più complessa ed elaborata la risposta e, dunque, la trasformazione della visione.

Inoltre, il criterio di ricerca non è solamente comparativo (per autore, soggetto, titolo, editore, come per una ricerca bibliografica). Ma essa è mutuata dal piacere. Nel momento in cui la vista impatta, lo stato nel lì ed ora in cui si trova il percepente, relaziona il dato esperito a qualche precedente esperienza. E tale relazione, oltre che di mera somiglianza, si sviluppa anche per omologie e dissonanze dell’impatto che la vista ha ed ha avuto sul godimento o patimento estetico. La melanconia del momento trasforma in visione accordata l’ombra riflessa, così come differente accordo è da aspettarsi al variare della disposizione spazio-temporale del percepente.

L’aquila del momento, la mia visione dell’altra sera. Fuori nonostante freddo e pioggia, il desiderio che quell’ombra si librasse nel cielo, ed urlasse la sua rabbia, la sua forza, impavida come uno scudo, sinuosa come un delfino. Non mollare, perché presto sarà tempo di entrare in questo giardino.

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Sono stato capito ?

 DSCF9736  Si avvicina, impietoso, il Natale. Ricordo, oramai sono due anni, in questo stesso periodo leggevo il bel trattato sull’amore redatto da Joseph Ratzinger, allora non da molto asceso al soglio pontificio. E particolarmente ricordo con particolare riconoscenza nei confronti dell’autore, la magistrale distinzione che egli donava, tra l’amore cristiano (pistis) e l’amore greco (pathos). Un amore ideale e ricambiato, quello nei confronti di Dio; un amore sensuale, che può degenerare nel carnale e nell’obnubilamento della ragione, quello greco. Ecco la condanna del piacere e del godimento estetico: condannati ad amare con un pathos lancinante e senza limiti, unendliche nella durata, nella profondità, nella sofferenza. A chi è simile l’esteta? Non all’artista, poiché di quello manca il talento (genio senza talento, Carmelo Bene fu, in questo senso molto più esteta che artista: e come chiunque sia condannato alla vita estetica, egli viveva costantemente nel flusso dell’orale, non già nel compiacimento di una sua opera conchiusa). Egli è altro.

DSCF9299 L’esperienza estetica è esperienza creatrice e non contemplativa, come, ad esempio, quella teoretica. Parafrasando Aristotele, siamo una fottuta razza poietica, disadattati al concreto mondo della praxis ed, ugualmente, alle estatiche vette contemplative pure. Se Dio, nella tradizione della Mishna, è un orecchio che ascolta, noi siamo orecchie che ascoltano e che, al contempo, parlano, Siamo occhi che creano, bocche che odono. Siamo commistione mostruosa di sensi, quasi come un enigmatico incubo di Odillon Redon. La nostra attitudine nei confronti dell’opera non è mai, MAI, passiva, meramente ricettiva. Come macchine attoriali, (ri)creiamo l’opera, la incitiamo e la muoviamo con le forze devastanti (per noi) delle nostre visioni (o audizioni, o …). Non riusciamo mai a guardare, semplicemente: il nostro occhio è un organo ermeneutico che continuamente interpreta ed assimila ogni accadimento. Non registriamo in qualcosa di visto le nostre esperienze (visto, come scritto, il morto orale, visto dunque il morto visivo, l’immagine che diviene dato, che si fissa nella storia). Non abbiamo ricordi, o meglio, nei nostri ricordi non sono registrate immagini. Ma, al contrario, siamo una fucina di visioni. Esse ci tormentano, come incubi kubinesque, ci assillano e ci circondano, ci assediano ci sussurrano in ogni nostro passo, che duqne diviene incerto e prodromo di ulteriori continue visioni. Ho visto un coltello, e forse sarebbe meglio dire pugnale, ed esso è divenuto: oggi una linea frustata di Van de Velde, due giorni fa uno stelo di fiore di Crane, domani, forse, un ornamento impossibile dal profumo (in)confondibilmente belga. Adoriamo le esperienze che sono al massimo grado gravide di visioni. .E ciò che ci apporta queste esperienze, lo chiamiamo bello. Il bello ci ingravida, noi le puttane del pathos. Amiamo e patiamo, così come vediamo e creiamo, continuamente, contemporaneamente.

burne-jones_pygmalion PygmalionFranzStuck 

A cosa dunque siamo simili: come Pigmalione, ecco, a lui simili infine, che si risolve a pregare la Cipride Dea al che ella finalmente vivifichi l’unica sua tormentosa passione. La propria Opera. Le opere dell’esteta sono le sue visioni, le conturbazioni viventi che nella sua mente si formano ad ogni impatto col bello. Visioni di cui l’opera dell’artista è quintessenziale seme di Urano. Recettivi come Gea, femmine e puttane. Ne vogliamo ancora, sempre di più, ancor meglio, semplicemente sempre. Siamo come Pigmalione, amanti della nostra opera, che è l’altrui viva.

DSCF9421 E’ Natale e sono triste, malinconico, come l’anno scorso, due anni fa, eccetera. Il Cristo è pronto ad accoglierci nell’immensità della sua Pistis. Ma i o non andò a questo inevitabile appuntamento, non ho nemmeno pensato ad acquistare il biglietto. Il Cristo presto toccherà il suolo mortale e, come sempre, rimarrò con la mia rosa attendendo la Dea per donarle il mio bacio diabolico e creativo, sive appassionato. DSCF9410Consapevole che le mie labbra, come quelle di tutti i miei fratelli, sono calde e lussuriose, consapevole che esse ancora rimarranno chiuse, che anche stavolta ella non verrà. .Non è il suo giorno e, forse, non lo sarà mai.

N ella inquietante estetica di Platone, il concetto di opera d’arte e’ correlato a quello di conoscenza. Come e’ noto, l’arte per Platone è svalutata in quanto copia di copia. Essa imita la Natura che, a sua volta, e’ essa stessa imitazione del mondo metempirico delle idee. In quanto copia di copia, dunque, l’arte porta solamente una conoscenza di terzo grado, assolutamente inadeguata nella finalità di far progredire la conoscenza.

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Da questo punto i vista, dunque, l’arte e’ vista come attività gnoseologica, che ambisce ad ottenere una qualche conoscenza nei confronti dell’oggetto rappresentato. Ed e’ questo rapporto tra arte e conoscenza che rende l’impianto estetico platonico vagamente inquinante. Ancilla della ricerca finalizzata alla verità, l’arte sicuramente e’ condannata ad un ruolo rappresentativo, naturalistico, che, per le peculiarità della propria capacità segnica, viene ristretta in un tristo destino di conoscenza minore, imperfetta, innecessaria. Minore in quanto imperfetta, se comparata alla conoscenza ottenibile con l’applicazione di sistemi semiotici più rigorosi o comunque formalmente definiti (si pensi non solamente alla logica, ma anche a scienze tipicamente tassonomiche come la chimica o la biologia).

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Come si riesce a catturare il respiro ? In quale maniera, se mai essa davvero esista, è possibile rappresentare, nel disegno, nel dipinto, nella decorazione l’atto dinamico della danza ? Come, ancora, è raffigurabile il gesto, ovvero il movimento che tende, il movimento che simbolicamente tende verso un obiettivo ? Come si raccoglie con la penna, la matita, il pennello, lo scalpello, non importa, come si raccoglie l’Ineffabile ?DSCF9072 DSCF9166

La ricerca di Van de Velde è una continua approssimazione della propria tecnica artistica nei confronti dell’Inesprimibile. Naturalmente rimangono fuori gioco tutte le tecniche e le sperimentazioni poste in atto dagli Impressionisti, lasciando stare ogni riferimento ad ogni platonico naturalismo. L’ineffabile è il movimento, ciò che sempre diviene (Herakleitos) che non si lascia racchiudere in un guscio ontologico. E’ il parmenicida per eccellenza (parafrasando la mia Maestra, nonostante Platone). Un’Arte che finalmente si liberi da un ruolo, davvero insoddisfacente, di ancillae della Natura. L’Arte diviene Logos poichè dell’Ineffabile Nascosto ed Occulto si fa non imitazione, copia, quanto omologa (omologhein), che si approssima ad esso in quanto egualmente carica di Oscura Imprendibile, Ineffabile movimento. La Linea è il sinuoso cammino verso le Tenebre, che solo i SenzaPaura oseranno, infine, intraprendere.

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After three hours of train trip, really mainly passed out sleeping, departing from Budapest I finally arrived at home. No, I didn’t find out a very fast line between Hungary and Italy, not really. The fact is that I spend an entire day in Wien and really I felt so comfortably at home that I really couldn’t imagine having really left Budapest. The two cities are maybe the most outstanding example of how Secession was an European artistic movement, rather than a national one, able to share experiences and influences without, of course, renouncing to the inner national characteristic of the style.

The author here don’t affirm at all the two cities are identical, or they could be confused. Not at all, since there are differences, by either architectural, urbanistic and artistic point of view. however the development of the Secession and of the Szecesszio have some interconnections which are more evident when comparing some buildings and artistic production in general.

In this first insight, the neoclassical turn-of-the-century tendencies and related applications in the two cities are examined.

Let’s begin this trip. Noticeably, the development of the art fin-de-siecle in both the cities have a common point in a very particular attitude toward classicism:

A building in first distric, in Wien
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a neoclassic tatse building in the 6th District in Budapest …
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The following is an article, written by the famous Hungarian art critic Karoly Lyka, published on the art magazine Művészet, which was eventually founded in 1902 by Lyka himself. This article represents a sort of Hungarian Secession style manifesto, and appeared in volume I of the magazine, in the year 1902. For that reason, it was one of the most influencing text in the development of the Hungarian Secession national style. The translation of this text represents a tribute to the Hungarian nation for the national celebration for the 15 march, 160 years after the 1848 independence war against Augsburg empire.
“We can affirm that in Hungary happened an event identical to what happened in other countries: the roots of both Secession and Hungarian Style (to use a common expression)is the same. Even similar, if not identical, is the fate behind their own short history. Consequently the Secession, in its origin, essence and effects, is identical to what is called Hungarian Secession.

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This article concerns the works by two hungarian secession architects whose buildings are at the same time very original but maybe not so known: Sámuel Révész és Jószef Kollár. Their buildings facade are full of symbolic elements, while the wholesome design of the projects contains, often, a remarkable quote from the ancient tradition of italian Gothic style.

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Ferdnand Khnopff vs Otto Eckmann

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