Archive for the ‘aesthetica’ Category

“This fight is, on the contrary, even if irrelevant until now,
the first rumor of a great worldwide transformation”

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Endre Ady
“A Szecesszio”
in “Debreceni Hirlap”, 19 april 1899

“As far as moral traditions are concerned, England was death yet at the end of the XIX century.
The economic power, in the hands of few groups, became despotic and authoritarian: it stifled the people’s energies and lowered the industrial initiative. Mercenary wars and their countermeasures divided the nation. An old queen hadn’t no court more, there wasn’t no more a land aristocracy, because the land itself was ruined and exhausted. A God only was worshiped: the Golden Calf, and only its prophets ruled. Scandals multiplied; luxury and corruption are mixed with social hypocrisy. Shortly speaking: civilization accomplished its own goal with individual oppression. The Englishmen – those virile race – degenerated melting with customs of the barbarians once submitted. As a consequence, with the saddest of the perspectives, the British Empire turned the Century.”

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Csigany, Ady’s portrait

B. Bokros, Ady

Beck O Fulop, Ady

J. Rona, Ady’s memorial statue

Was a writer with the deepest sight who, impersonating an imaginary Gibbon of the next Century, in those way predicted the future of the British people on “Blackwood Magazine” monthly magazine. And sinister and desolating was its vision. So obscure because the present time can conceive a future like that. That’s not only the England’s future: it’s everyone’s, so our future, too.

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Ady’s statue at Ferenc Liszt ter

S. Nagy, illustration for Ady’s Uj Versek

E. Falus, illustration for Ady’s Uj Versek

Ady’s photo portrait

“Today’s civilization oppresses individuality” says the next century Gibbon. And he’s right: it’s the truth which every hearth can feel, even if only the few dare pronounce it. [...]
This truth is the main problem of our time. The social reforms, until now inevitable, must proceed from this principle: even because individuality hasn’t to be oppressed any more!
History witnesses that the most bloody transformations consequence from the individual will of freedom. Not yet with arms, but the fight of the oppressed just began! [...]
This fight now is at an higher level, in the arts and literature. Supporters of ancient borders deride the apostles, misunderstood their aspirations and, even more, the reasons of those aspirations. Masses consider this fight as a fashion attitude: This fight is, on the contrary, even if irrelevant until now, the first rumor of a great worldwide transformation.
Don’t mind about Secession You, puppet of the borders! Revolution is needed and revolution needs mens, let alone the footstools.
The Gibbon of the next century will regard at our time from a world transformed by the Secession.

Endre Ady
translated into english by Mattia Moretti

It’s not really a style, strictly speaking, nor an artistic school or movement. It’s, perhaps, a philosophical more than artistic way to describe the obscure forces of an evil Nature, to use the symbolic element in order to let the spectator regard at the incubus and demonic vision of the author.

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One of the most influent artist who tried to give a representation of his demonic visions was the austrian Alfred Kubin. In the rest of this article you will able to find out a confrontation between some works of Kubin (mainly from my own copy of the famous album entitled ” Hans von Weber mappe” for the editor Spangmberg) and other works by hungarian artists such as Sazndor Nagy, Aladar Körösfői-Kriesch, Emil Sarkady, Lajos Gulacsy, Mednyánszky László.

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Budapest, luglio 2007.

Ho dei ricordi, relativi alla mia permanenza in quella settimana a luglio nella mia Budapest, di cui sono ancor oggi capace di avvolgermi, come calda coperta di lana, per proteggermi dal freddo di questa noia.Ed in questa serata, particolarmente fredda, di una buona coperta, magari accoppiata da un caldo tea in foglie …

Tutt’altra musica quella sera. Camminavo come quando solo tra le strade della Perla del Danubio mi ritrovo capace di fare, camminavo correndo, un passo marziale, un volo d’aquila, ad imitare il volo imperioso dell’inquietante eppur fratello mitico uccello emblema della dinastia Arpad Ragazze bellissime, talvolta ammiccanti, ero in Vaci utca, notoriamente strada ove ogni ammiccamento può essere potenzialmente fatale. Il lettore mp3 sparava musica altissima, a cadenzare il mio ballo. Era un remix dei Sonar System (Plays a life), ovviamente musica trance a coadiuvare il volo dove per non volare sarebbe occorsa zavorra sovrumanamente pesante.

Illuminato dalle luci ed imperlato dal rosso arancio del sole ormai sulle creste delle colline di Buda, la Casa di Appartamenti di Révesz e Kollar, con le sue linee uniche, con le scanalature profonde della facciata che andavano a raccogliere riempiendosi, come canali artificiali, di quella doppia sorgente di luce. E la doppia luce, impazzita per il rapporto carnale con quelle misteriose linee di marmo, eccitata da quei percorsi sinuosi, schizzava verso l’altissimo tetto dell’edificio …

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I Leoni, immaginati dai due architetti comereggi-lampade, parevano fossero davvero in procinto di di prorompere in un ruggito che avrebbe saputo farsi urlo spettrale, arcano e proveniente dalle viscere della terra ove quelle linee infinite della facciata dell’edificio sicuramente sapevano congiungersi. Cima dell’iceberg, potevamo solamente intra-vedere la parte infinitesimale e minoritaria di quel totem simbolista, di quella sorta di nuovo menhir, proiezione fin-de-siecle delle costruzioni ebbre ed ispirate di Stonehenge.

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Mi ritrovai, come naturale, in Vörösmarty ter, le ombre della sera oramai assolutamente in predominio su un impercettibile riflesso solare rifratto sulle ali di una libellula. Spettacolo infernale, nel momento in cui il lettore scelse di riprodurre un brano molto più allucinato di DJ Synchro, Mugamuchu. Ero convinto che la rondomizzazione della scelta dei brani da parte del software del lettore mp3, fosse in realtà una coazione esercitata dall’esplosione di forze catalizzate dalle forme impossibili di Revesz e Kollar. Ed infatti, come in una scena faustiana, le immagini si accordarono quasi istantaneamente a quella musica demoniaca. Un gruppo di cinque ragazzi era al lato della piazza, non lontano dall’ingresso della metropolitana gialla, la più antica dell’Europa continentale, direzione Mexikoi utca. E quei giovani adepti stavano allegramente giocando facendo roteare e lanciando a notevole altezza delle torce infuocate. Una serata fresca, eppure quelle creature erano a torso completamente nudo. Efebici, non potevo nemmeno distinguere il loro sesso. Uno di loro, un ragazzo dai capelli lunghissimi eppur completamente glabro, si avvicinò, un ghigno irreale, e la sua torcia, che non mi accorsi esser stata lanciata già qualche secondo prima, gli tornò per miracolo sulla mano sinistra, sfiorando con il suo getto rosso rovente il mio volto. Non ero affatto impaurito, e non indietreggiai nemmeno di un millimetro.

Era come se da tutti quei simboli di cui i palazzi intorno a me erano affollati un unico grido si spandesse per le strade di Pest come  ondata furiosa del fiume in piena. Ma non era acqua del Danubio quella impalpabile forza misteriosa, né soffio minaccioso: ma era l’urlo dell’uomo rivoltato, urlo di guerra e di rinuncia alla rinuncia. Una forza accecante, d’improvviso alzai lo sguardo e li potevo vedere !

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I giganti di pietra stavano muovendo, come cavalieri alla conquista di Troia, con i loro volti terrificanti ed i muscoli in tensione. Evocati dal fuoco e dalla mia stessa musica, le forze si erano liberate dal giogo di eterni Atlanti, abdicando alla schiavitù delle leggere forme di pesante marmo supra le loro schiene. Sapevo, sapevo in quel momento che la città costellata di quelle figure e di quelle facce di pietra si sarebbe dovuta risvegliare, ed urlare al mondo sofferenze represse di secoli di sottomissioni e di indifferenze.

LA forza dello stile, come già scriveva Morris, e quello stile magiaro di una Secessione che ha saputo nascondere bene i suoi testi, in attesa di qualcuno che, finalmente cominciasse a leggerli, ma ad alta voce. Come l’ineffabile Tetragrammaton, quel testo oralmente infine vive, ed è una vitalità guerriera, urlante come Erinni di von Stuck, e violentemente pericolosa per i suoi nemici e dettrattori armati di indifferenza e noia …

 

Budapest, from a page of my bloc notes, written on September 2007.

“A text doesn’t vanish simply during its writing; it’s not, as we can say, an unique masterpiece, a sort of well defined formula due just to the single effort of the author. A text is not just a consequence of the creative action of the writer.
Text is what is written and read. A text has to be developed as well as to be read in order to become ready into its own completeness. Without the reading experience, in other words, without any hermeneutic effort in order to interpret those written words the text is condemned to be aborted without birth. The text is not only its written form, on the contrary its penuma, ruah, vital spirit is blown in its body by the breathe of a reading mouth. Written is only the death of the oral, as my magister Carmelo Bene used to say, but only orality, so interpretation of the reading eye-mouth, can save the life of the text and all its potential.

Paired to the writings, the reading experience of an hermeneutic oral can bring text to live, not as it was carved on stone, but leaving it to be lulled by wind …”

In those days I read also a very interesting roman written by the hungarian novelist Mihaly Foldi, titled “Ovek az élet”. It was about a very complex love relati0nship between two bourgeois young people, which really was troubled by the intervention of a third character, a guy who attempted to have a non-consensual sex relationship with the young woman, named Edith. With my great surprise, I finally read this page (here is Edith who speaks, of course, the female character who is the most fascinating, tormented, and with absolute artistic and philosophic feelings:

“- Not all the artistic production is directed to produce something or to induce joy to the spectator. In my opinion, artistic work is also those of who is involved in reading a good book. In order to obtain a really artistic effect is not enough that those effect really exists, but a person who can feel and enjoy it has to exist, too. Both the reader and who enjoy himself when regarding to artistic masterpieces has to be consider an artist as well. And even has to be consider an artist the person involved in artistic production just for its own pleasure.”

The role of hermeneutics in the process of understanding and feeling the secessionist art, specially when symbolism is concerned, will be one of the researches fields of szecesszio.com.

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