Archive for the ‘Arte Pericolosa’ Category

8 banane
23-03-06_1809

atmosera kierkegaardiana

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dinamica futurista negata, invocazioni ultraterrene
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Nel 1861 uno strano saggio venne pubblicato. Opera dell’antropologo e sociologo svizzero Johann Jakob Bachofen, "Il diritto materno" presentò alla comunità scientifica ed universitaria internazionale, nuove tesi inerenti lo sviluppo delle società preistoriche. L’ipotesi di Bachofen è che antiche civiltà preistoriche del mediterraneo fossero accomunate dal culto diffuso della Dea Madre e da rituali connessi alle caratteristiche di fertilità e fecondità della Dea. Tali culti sarebbero poi confluiti nelle susseguenti emanazioni della Dea, di volta in volta sotto le sembianze di Ishtar in Assiria, di Iside egizia, di Lilith ebraica, di Demetra greca, …

Le implicazioni da un punto di vista politico e sociale, secondo Bachofen, di questa sua scoperta determinerebbero l’ipotesi di uno sviluppo di società fondamentalmente matriarcali nell’area mediterranea, antecedenti ad ogni società patriarcale.

Ishtar
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Interessanti, tuttavia, anche le conseguenze da un punto di vista cultuale e della rappresentazione del femminile. Simbolo della ciclicità della vita, elemento generativo e corruttivo al tempo stesso (una ciclicità rappresentata dai serpenti nell’iconografia di Ishtar, ad esempio) Origine e fine del mondo.

Gustave Courbet – l’Origine du monde
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Coincidentia oppositorum eraclitea, eterno ritorno Nietzschiano. Aspetto rassicurante, sensualità accennata ed, al contempo, elemento generativo e materno fortemente accentuato nell’icona simbolica originaria di Courbet

Alfred Kubin – Femme Fatale
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Fascino perverso, pericoloso, assassino nel femminile mai così fatale, che risucchia senza speranza (buco nero par excellance) in una morte vivente la vita. Alfred Kubin così riscoprì il femminile, oltre Bachofen, consegnandolo finalmente all’Arte Nuova …

Apud Oscar Wilde:

"L’arte trova la propria espressione all’interno, e non all’esterno di sè stessa. Essa non va giudicata secondo alcun criterio esterno di somiglianza. È un velo, piuttosto che uno specchio. Ha fiori sconosciuti a qualsiasi foresta, uccelli che nessun bosco possiede. Fa e disfa molti mondi, e può tirar via la luna dal cielo con un filo scarlatto. Sue sono le “Forme più reali dell’uomo vivo”, e i suoi grandi archetipi di cui le cose che hanno esistenza non sono che copie incompiute. Può operare miracoli a piacere, e quando evoca mostri dal profondo, questi vengono. Può far fiorire i mandorli d’inverno, e mandare la neve sul grano maturo. Alla sua parola il gelo posa il dito argenteo sulla bocca ardente di giugno, e i leoni alati escono striscianti dalle cavità dei colli lidii. Le driadi si affacciano dal boschetto al suo passaggio; e i bruni fauni le sorridono in modo strano quando viene loro vicina. Ha dèi dal volto di falco che la venerano, e i centauri le galoppano al fianco"

La mia Verona, un paio di settimane fa, non si manifestò.  Il passeggiare è una attività di evocazione simbolica. Taluni anfratti di questa foresta di simboli non impattarono in tal maniera da venir percepiti come evento così univocamente caratterizzato da divenir parte integrante del mio vissuto estetico. In altre parole, taluni significanti rimasero in tale stato, non evocarono nè divennero simboli essi stessi:

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Era solamente una quite irreale e momentanea. La foresta simbolica sarebbe ben presto stata travolta da un uragano ("devo aspettarmi un uragano?" come si scherzava con Lei), una sequenza di allucinate evocazioni come solamente l’Arte più Pericolosa può accedere nelle turbolenze dell’innerlichkeit. Un caldo infernale, afa (privazione del vento e della sua Sposa, evidentemente: senza vento nemmeno l’amore morente di Oskar per la sua Alma può esser più cantato), come se ogni singola particella d’aria fosse convogliata in un turbine lontano, assetato di energia. Una energia che sarebbe stata destinata a manifestarsi implacabile.

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Una coppia, era previsto, già da quelle nostre risate giù al mare. Si fantasticava di Verona, e della sua eredità asburgica. In fondo si fantasticava di Verona per sognare l’Eterna Vienna.  La presenza di Lei fu rievocata anche in modo assolutamente palese ed incontrovertibile:

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D’oro come fosse voluta da Klimt, che di Lei era pittore par excellance, la chioma rossa ed avvolgente, priva della rubina cromaticità eppur fiammeggiante nel suo movimento verso il basso, come un fregio di Otto Wagner, come una vignetta di Ver Sacrum,DSCF7444

In via MAzzini, in Piazza Bra, nei vicoli dimenticati dai turisti e, pare, pure dai locali, il volto marmorizzato di lei dai cui occhi ha avuto origine la pasisone folle, irredenta, spaventosa, lancinante dell’Arte Nuova.  Solamente coloro che sono privi di quella mia Profonda Meraviglia, chi non ha la mia stessa fortuna di poter evocare il profumo di quei capelli, soltanto chi non ha smarrito il senno per riscoprire il senso su quelle labbra e quel mento magiaro ancor potrà confondere la colata d’oro sul Corpo di fuoco con quello della scheletrica modella. Ogni angolo di Verona era confuso dal profumo dell’Arte Nuova, ogni ciotolato incarnato in una foresta di Simboli. Un incubo urlante del quale, l’esteta che ha posseduto l’arte in un amplesso che è suggello eterno, non ha motivo di temere. La disperazione è un colore fondamentale dell’Arte Nuova. Ed anche quella è cantata con veemenza da Arnold Boechlin l’unico tremore sulla schiena dell’esteta rimane scevra da qualunque timore.

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Una collina non è tale per se, ma solamente dopo che l’impatto estetico ne associa il significante perceptio con qualche nascosto significato profondo, elaborazione simbolica. L’anima estetica è come un pozzo, dal quale si attinge fuoco dal profondo del vissuto divenuto simbolo.  Vidi solo un isola, là in mezzo all’Adige, o forse era il mare del Nord, o forse qualche scoglio in mezzo al mare di fronte ad una cittadina hanseatica. L’isola di Boechlin. Il profumo di Lei ne tradiva la sua presenza, evidentemente. Purtroppo dall’altra parte di quell’isola:

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Era in attesa del suo Cavaliere, come sempre, nei miei sogni, nei miei incubi, nella mia vita di tutti i giorni. Attende quando mi corico, mi è come pendaglio tra gli occhi quando mi reveillo, la sua melanconica attesa la percepisco quando sbrigo attività che direste umane, quando compro il pane , quello caldo ed un po’ unto di cui era ghiotta, quando mi lascio cadere sulla parete del filobus qui, nella Seconda Vienna, guarda caso …

La barca si avvicina, sento il lieve ronzio di spruziz d’acqua, a riva, a riva …

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E’ strana l’isola di Boechlin, oltre umana ed oltre-onirica. Sbarco sul lato della vita, di una vita sospesa, così perfettamente mutilata. Corro, e poi cammino, sento il Suo profumo è là, in una vista accessoria ed altra. Il cavaliere, ammantato di bianco pare un Angelo, occhi spalancati alle visioni, chiuse alla Bellezza. Un amico, un fratello parlò in quegli occhi, e disse che la maggior parte degli esseri umani non hanno mai nemmen lontanamente esperito l’amplesso con l’arte, il piacere ed il dolore così forte perchè completamente ir-reali. Son
o un privilegiato dagli occhi aperti all’arte e chiusi al bello, aperti come il mare, chiusi come quel mantello. Non smetterò di navigare, l’acqua mi è congeniale per natura parafrasando rievocandolo il maestro di Bayreuth. Il mio mantello rimarrà bianco ed inaccessibile ai profani, custodendo  la Segreta Albedo di quei Suoi occhi. Un giorno le dissi che essi erano solamente la Porta dalla quale si poteva accedere alle stanze segrete del Sultano di Costantinopoli, la nostra Istanbul, l’Altro Impero. Mentivo, e d’altra parte della Menzogna c’è sempre necessità. Erano essi stessi il Segreto, erano essi stesse le stanze, erano essi stessi così aperti al furore dell’arte, e così rapidamente chiusi alla vita.

"Lorenzaccio è quel gesto che nel suo compiersi si disapprova. Disapprova l’agire. E la storia medicea, dispensata, non sa di fatto stipare questo suo (?) enigma eroico; ha subìto e glorificato di peggio, questa Storia. Ma le cose son due: o la Storia, e il suo culto imbecille, è una immaginaria redazione esemplare delle infinite possibilità estromesse dalla arbitraria arroganza dei ‘fatti’ accaduti (infinità degli eventi abortiti); o è, comunque, un inventario di fatti senza artefici, generati, cioè, dall’incoscienza dei rispettivi attori (perché si dia un’azione è necessario un vuoto della memoria) che nella esecuzione del progetto, sospesi al vuoto del loro sogno, così a lungo perseguito e sfinito, dementi, quel progetto stesso smarrirono, (de)realizzandolo in pieno." – Carmelo Bene

Questa gestualità ante-storica, ancor più che anti-storica, si riscontra appieno in un Lorenzaccio, ancora una volta ante-storico, ovvero prima che Carmelo Bene lo intuisse. Evidentemente le azioni lorenzacce non hanno bisogno di alcun teorico, di alcuna definizione teoretica, di alcuna definizione tout court per poter sussistere. Oserei dire, ovviamente, ça va sans dire …

Così apud Giorgio Vasari appare Lorenzo il Magnifico:

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Pur dedito alla ricerca storica ed alla storia dell’arte, Giorgio Vasari qui perfettamente lascia la sua mano trascendere la datità storica, non curandosi del quotidiano e del politico,ritrae un Lorenzo non come un ieratico totem vagamente augusteo, bensì nell’atto gestuale. Azione irripetibile poichè svincolata da ogni contestualità temporale, la magnificenza di Lorenzo è nel suo gesto e non nel suo ruolo. E, a sottolineare la non mediatezza del gestuale, le maschere teatrali  poste giusto dietro l’attore Lorenzo. E’ un teatro irrispettoso del testo ed irriverente nei confronti del copione, è un teatro dell’oralità, dell’irripetibile libertà dell’azione gestuale e verbale. E’ la Macchina Attoriale.

Dire e non esser detto (dal copione).

La macchina attoriale, da ora l’attore, non rappresenta, non re-cita, si atteggia.

La macchina attoriale non fa il Faust,

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è Faust.

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Ed è una immensa fatica …

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Sei in quegli occhi che non rivedrò più.

Sei nei miei occhi che non ti rivedranno più.

LA femme aveugle.

Come posso amare se non posso più vedere, vederTi ?

Mi rimane l’olfatto, l’eccitazione del senso eterno. E mi rimane il profumo del tuo abbraccio.

Sei morta, ed io, ancora, non ho che te …

E ritratto di profilo, la Dea È appiattita in una prospettiva bidimensionale, ridotta, quasi minimizzata di fronte alle sfide eternamente tridimensionali, e tonde, che Ella deve affrontare. 750cver Debole, fragile come un foglio di giornale la Dea a due dimensioni e parrebbe che sia sufficiente un vento maschile e vigoroso a spazzar via Lei e la sua armatura di carta. MA il terrore, l’orrore, das grausen, che quegli occhi infondono, sì che esso salga come un brivido invernale salgono lungo la schiena dell’attento spettatore di quella eroica (e quindi erotica, come vedremo …) scena. E non sono gli occhi strabuzzati e vagamente caricaturali della Gorgone, epicamente impegnata a marmorizzare i Nemici di Athena, quanto proprio quelli della Glaucopide, vibranti d’azzurro come i colori panneggiati di Georg Trakl. Azzurro della poetica trakliana si confonde con gli occhi pieni di orrore e di bellezza della Vergine. Gelida e bella, avviluppata nel Vergine abito, la Guerriera sfiora leggera l’invincibile asta protesa alla difesa del suo Amato, Lei, la Vergine, si concede nel suo atto di PÒlemos.

Ritta Fiera Vergine,

Athena È l’amore e con essa pÒlemos non È padre ma madre di tutte le cose, e di tutte Sovrana, ed Èun dominio ed un imperio scevro del tutto dalla generazione del Padre ma pregno ed intriso del profumo del Dolore del parto della madre. Il patire È l’essenza del profondo amore guerriero, del Patto invincibile che nemmeno la morte mai potrà  slegare. Esso È conservato dietro lo scudo, e la Gorgone irride beffarda i tanti, i troppi Nemici che spendono la propria esistenza nel tentativo di stracciare quella Alleanza, alleanza d’amore e pathos tra la Vergine ed il suo eroe. Eroi contro i santi, ancora una volta, poiché Essa non ama chi si immola nella Rinuncia, ma, al contrario, quei guerrieri avvolti nelle fiamme d’amore, eroico-erotico furore bruniano che si pone oltre ogni limite conosciuto. L’eroe è oltrelimite, è fuoco eracliteo, È tormento non d’estasi ma di fatica,  Klimt_Ausstellung braccia e gambe ferite che cadono in ginocchio stremate dopo la cruenta battaglia, lacrime di sofferenza e fatica, pianto d’amore assoluto, epica nobile e nobiltà che schifa parodie di sangue, ma È vera nobiltà  figlia, anch’essa, dell’eterno pÒlemos, Èl’impresa e poi il nome e non il nome che si fa impresa, È l a potenza, È la fierezza e l’orrore che ai nemici in fuga infligge l’eroe piangente, occhi d’azzuro autunnale, luce che squarcia la coltre nebbiosa che Èla vera casa e la vera tappezzeria dell’einsames eroe, nobile nella propria solitudine, l’amour qui ne veut le volgaire, spalle indolenzite di chi dell’amore ha saputo fare lotta e della lotta ragione, e della ragione passione, e della passione vita, Sacerdote d’Athena il suo guerriero, che solamente alla Vergine infine si concede ed Èl’amplesso mistico, 100_1386come le nozze di Rosenkreuz, un amore che è un bacio infinito, nell’oro di altro Klimt, nei fondi a tinte marroni, e giallo ocra, e giallo antico, ed ancora verdi dei viali alberati d’autunno, una Primavera Sacra che con Autunno solamente può coincidere, poiché la  vera lotta è dei solitari e di chi come Kubin, maestro, ha fatto degli anfratti terribili del bosco la propria dimora, villa spettrale, la vera lotta è guascona così come aristocratica davvero Èl a condizione del decorato nelle guerre della Glaucopide, e le sue medaglie sono ferite e sudore, terra fango e derisioni, sforzo sovrumano, anelare, anelare sempre, muscoli tesi ed assalto al Nemico, solo così l’azzurro di Trakl diviene il medesimo di quello degli

Occhi della Dea.

bignuda Statuaria Athena, ed Èla passione del suo Teseo che le dona l’orrore dello sguardo, l’Occhio del Grausen come ancora in Kubin, e la delicatezza della mano avviluppata all’asta È l’erotica passione della Dea per il suo adepto. Come Zarathustra Ella non vuole discepoli ma amanti. Ed È sotto quello sguardo terribile, e dietro lo scudo della Gorgone che Teseo affronta il Nemico preponderante, impari lotta tra l’eroe ed il Mostro.100_1365

Lo sforzo È al massimo e la tensione palpabile, il Nemico dalla testa di Toro ansima rabbioso, e schiuma, ma la sua testa È inesorabilmente sospinta verso la colonna marmorea, estremo patibolo che vuol essere tomba del Mostro ed al contempo rinascita e, ancora, Sacra Primavera dell’eroe con la sua Dea.

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Oscure figure, incappucciati neri che si muovono senza il minimo rumore, vagano tra la gente senza esser notati mai. I loro mantelli neri li ricoprono completamente tanto da rendere impossibiile intuire sotto di essi la forma di alcun corpo umano. Nascondimento della forma dà luogo a quell’ ambiguità (ancora, il concetto di unheimliche) che terrorizza, mistero che inquieta. Privi di forma e di rumore: se l’essere è la percezione (esse est percipit di David Hume) queste figure sono il non essere par excellance. Sono esse stesse una forma del divenire in quanto, privati della possibilità di essere fissati e dunque riconosciuti in una forma specifica, rimangono aleatoriamente sospesi in uno stato di perenne transeunticità.

Egon Schiele, La morte e la fanciulla

Un perpetuo divenire, dunque,che tuttavia non consiste in alcunchè di fisico o di spazio-temporale ma in un divenire costante  della percezione da parte del soggetto percepiente. In altre parole, l’impossibilità di fissarne una forma consistente con il pregresso bagaglio di forme esperite, fa apparire queste Ombre come soggette ad un costante mutamento formale. In fondo, se si pensa al mantello in sè, svolazzante nel vento, in ogni istante in cui esso dovesse venir percepito, apparirebbe costantemente cangiante, fluttuante come i lembi della materia di cui è composto. Figure dunque ineffabili e che, salvo occasioni particolari, specialmente di notte, passano ogni giorno sotto gli occhi di decine di spettatori del tutto inosservate.

Arnold Boecklin, Deposizione

Diverse, strane ed oscure, le Ombre vi sfiorano continuamente, miei cari percepienti, ma l’estraneità della loro forma ai vostri canoni (alle vostre pregresse esperienze ben formate) vi lasciano indifferenti al loro silenzioso passaggio. Solamente chi abbia ridestato il proprio desiderio di insperato potrà osservare e sentirle, potrà registrare il passaggio d’esse sulla propria pelle, magari trovando il tocco di quei mantelli particolarmente eccitanti e desiderando d’essere avvolti, in un abbraccio, ,in quel nero sublime fino, un giorno, poter guardare negli occhi quelle ombre e sentire che il loro bacio è forse più caldo di quei neri mantelli …

Ferdinand Hodler, La notte

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